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Il mafioso con la passione per le Ferrari

In manette il boss Di Fresco
Era latitante da 15 anni


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Lo hanno scovato in un appartamento al sesto piano di un palazzo in viale Croce Rossa. La casa di famiglia, dove Francesco Di Fresco viveva con la moglie e due figli. Gli agenti della Catturandi della Squadra mobile, guidati da Gianfranco Minissale, lo hanno sorpreso nel corridoio. Non ha fatto in tempo a rifugiuarsi nel suo nascondiglio: uno sgabuzzino di un metro e mezzo, dietro l'armadio della cucina. Nessuna reazione scomposta. Nessun commento. Solo le manette ai polsi, dopo quindici anni di latitanza.
Di Fresco si era dato alla macchina nel 1995 quando divenne definitiva una condanna all'ergastolo.
Assieme a Gaspare Spatuzza, Mimmo Raccuglia e Leoluca Bagarella ha ammazzato Antonino Vallecchia, un picciotto con la passione per le canzoni napoletane “colpevole” di avere messo a segno alcuni furti senza l'autorizzazione dei boss. Gli agenti della Squadra mobile da cinque mesi erano sulle tracce di Di Fresco. Inospettiti dai movimenti dei familiari.
Troppo strano che la moglie avesse trascorso il giorno di ferragosto tappata in casa. E così hanno fatto una perquisizione nell'abitazione, ad ora di pranzo. La donna e la figlia le uniche due presenze nell'appartamento. Eppure la tavola era apparecchiata per tre. E' bastata un'occhiata per capire che c'era qualcosa di strano nella planimetria dell'immobile. Si trova, per altro, in un palazzo costruito dal suocero, l'imprenditore Nunzio Bonura.  E, dunque, un palazzo che conosceva bene, talmente bene da potervi ricavare un rifugio. I poliziotti vanno via, facendo finta di nulla. Dalle intercettazioni non emerge alcun sospetto da parte dei familiari. Anzi, la perquisizione fallita gli dà coraggio e sicurezza. Stamattina il blitz.

Quaranta uomini, coordinati da Minissale, dal capo della Mobile Maurizio Calvino e dal capo della sezione criminalità organizzata Nino De Santis, circondano l'edificio. Gli agenti bloccano il figlio appena uscito di casa. Sta andando a lavorare, come tutte le mattine, al distributore di benzina un tempo di proprietà del padre. Si fanno consegnare le chiavi di casa. Dove fanno irruzione intorno alle dieci. Non ci sono armi nel covo, solo una montagna di vestiti nascosti per evitare che fossero trovati durante le perquisizioni. Ci sono però le foto di Di Fresco a bordo di auto fuoriserie. Ferrari, soprattutto. Una vera passione per i bolidi quella del boss, a cui di certo non mancavano i soldi per toglierisi uno sfizio così costoso.
Di Fresco non è l'ultimo arrivato. Come ricordano gli investigatori in passato ha fatto da tramite fra i boss palermitani e Matteo Messina Denaro. Al capomafia di Castelvetrano avrebbe pure trovato dei rifugi sicuri all'epoca in cui si è nascosto nel bagherese.

Il suo nome salta fuori anche la mattina del 3 giugno 2001 in una concessionaria di macchine, dove l'ex assessore alla salute del Comune di Palermo, Mimmo Miceli, organizza un incontro elettorale per le elezioni regionali. Ed è in questo contesto che gli investigatori indicano Di Fresco come uomo vicino al capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. E' la stessa inchiesta denominata "Ghiaccio", nel corso della quale viene intercetatta una conversazione in cui Miceli, oggi condannato per concorso in associazione mafiosa e in attesa della decisione della Cassazione, si vanta di potere sponsorizzare all'ex presidente della Regione, Totò Cuffaro, l'assunzione di due medici.

Cosa ha fatto negli ultimi anni Di Fresco? Ha badato solo a curare la sua latitanza. La risposta arriva dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi che assieme al sostituto Caterina Malagoli ha coordinato le indagini: “Operava nell'ombra ma sempre al servizio di Cosa nostra. Il suo ruolo è forte e attivo nell'organizzazione. Quindici anni di latitanza non sono pochi. Ecco perché ha dovuto godere di connivenze e aiuti non solo da parte dei familiari”. Familiari che ora sono indagati. “Un lavoro di squadra - dice il questore Alessandro Marangoni - fra la squadra mobile e la direzione distrettuale antimafia di Palermo”. Un nuovo successo che Maurizio Calvino dedica a chi di successi ne ha ottenuto tanti. Mario Bignone, capo della catturandi ucciso qualche mese fa da un male incurabile.