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La scheda

Storia di Enzo Sindoni,
il "padrone" di Capo d'Orlando


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A Capo d'Orlando è il padrone assoluto. “Il sindaco”, primo cittadino per antonomasia, anche quando Enzo Sindoni, per un breve periodo di tre anni, sindaco non lo è stato più per l'impossibilità di ricandidarsi più di due volte di seguito. Effetto di grandi doti comunicative – da un lungomare intitolato a Luciano Ligabue alla “degaribaldizzazione” della cittadina, dalla decisione di ricevere i cittadini in web-cam alla sponsorizzazione dei certificati ufficiali – ma anche di un ruolo-cardine nella società orlandina: a capo di un impero legato all'import-export di agrumi, presidente della squadra di basket cittadina, la Capo d'Orlando del miracolo arrivata ai play-off scudetto, deus ex machina della principale rete televisiva locale e oggetto ingombrante della politica cittadina.

Enzo Sindoni, in realtà, si chiama Roberto. Quell'Enzo, però, è dovuto al secondo nome, un Vincent che rivela le sue origini extra-italiane: è nato a Maracay, cittadina a nord del Venezuela, dove l'Upea, appunto l'azienda di import-export agrumicolo, affonda le sue radici. E dove qualche anno fa si è consumata una tragedia: lo zio del sindaco di Capo d'Orlando, Filippo, fu rapito all'inizio della primavera del 2006, e pochi giorni dopo fu ucciso con un colpo alla testa.

Ma il nome Upea è legato per lo più all'impresa sportiva. A Capo d'Orlando il basket è lo sport più seguito, e Sindoni ne intuì le potenzialità già nel 1996, a metà del suo primo mandato da primo cittadino: quell'anno prese la squadra in serie C2, le affibbiò l'azienda di famiglia come sponsor e la trascinò in serie A. Una cavalcata verso l'Olimpo propiziata da un paio di operazioni di mercato particolarmente spregiudicate: a Capo d'Orlando, nel giro di pochi anni, arrivarono big decaduti del basket internazionale come Vincenzino Esposito, Alessandro Fantozzi e la “mosca atomica” Gianmarco Pozzecco. Nel 2008, però, arrivò il tracollo: la squadra fu esclusa dalla massima serie per un debito non sanato con l'Enpals, l'ente di previdenza degli sportivi, e fu costretta a ricominciare dalla serie C dilettanti.

Il crollo dell'Orlandina, però, non fermò l'astro di Sindoni. Nel frattempo, il sindaco per antonomasia era tornato sindaco a tutti gli effetti. Da pioniere: nel 2006, lasciata la destra che l'aveva sostenuto per anni e anche candidato – nelle liste di An – alle elezioni regionali, Sindoni si era apparentato con il centrosinistra ed era tornato a sedere nella poltrona più alta del municipio, quella che aveva già occupato dal 1994 al 2003. Solo successivamente sposò la causa dell'Mpa, di fatto anticipando il sodalizio fra i lombardiani e il Pd.

Ma la sua carriera è attraversata anche da diverse inchieste. Nel bene e nel male: all'inizio la sua notorietà fu legata all'esperienza dell'Acio, la prima associazione antiracket d'Italia, i cui uomini di punta erano Tano Grasso, Sarino Damiano e appunto lui. Ma da quell'esperienza sarebbe uscito con le ossa rotte: alla fine degli anni Novanta, infatti, fece scalpore l'inchiesta sul suo conto, con l'accusa di aver simulato una telefonata di minacce. Tanto che, in quegli anni, scherzava: “Prima o poi un motivo per portarti in carcere ingiustamente lo trovano per tutti”. Era stato profeta: le porte del carcere si aprirono per lui nella primavera del 2008, quando fu messo sotto indagine e arrestato proprio per l'inchiesta per la truffa all'Unione europea che oggi l'ha di nuovo portato in cella. Quell'inchiesta, secondo i legali di Sindoni, però, non ha portato a nessun rinvio a giudizio. D'altro canto, ad onor del vero, non è mai è stata emessa una condanna nei suoi confronti. Ma il ruolo al centro del dibattito, nel bene o nel male, è sempre stato per lui.