L'ospedale con la pioggia dentro - Live Sicilia

L’ospedale con la pioggia dentro

Sanità, il reportage
di
4 min di lettura

Nella stanza a destra, in fondo al corridoio, lì dove morì il ragazzo che chiedeva un letto, la morte non c’è più. Hanno tolto la barella e rimosso ogni segno del trapasso. C’è la vita che lotta faticosamente per restare a galla. C’è il televisore contro il muro. C’è il crocifisso. Ci sono i bocchettoni per l’ossigeno. Ci sono le crepe. E’ una cosa normale.
La notte del 20 luglio, al secondo piano di un padiglione dell’ospedale “Cervello”,  il  ricovero un ragazzo di 34 anni. Gesù Bambino, pur di nascere in santa pace, si accontentò di una stalla, di un bue, di un asinello. Per il ragazzo, il posto in cui morire fu un accomodamento alla siciliana. Una barella in vece di un letto indisponibile. A coro della tragedia, la competenza e l’umanità di medici e infermieri: cherubini con le ali ripiegate sotto il camice. A un passo dalla lettiga, altri occhi in coda all’agonia, sperando che finisse presto, come un bue e un asinello senza più fiato da dare. Il ragazzo fissò un punto immaginario. Si tolse il respiratore. E spirò, con un colpo di tosse. Da queste parti è una scena normale.

La morte non c’è più. In ospedale si ricomincia sempre. E’ una terribile fortuna, un tremendo stato di grazia. Siamo tornati quasi tre mesi dopo quel 21 luglio. Per capire meglio e di più. In quello scorcio di estate fu pubblicato un articolo su Livesicilia, circa la storia ordinaria di un ragazzo di 34 anni, morto come tanti in un contesto di sanità alla canna del gas. Si narrava di splendidi dottori e strutture infami. Si raccontava il sudore di uomini in una trincea di corsie abbandonate. Si tentava di spiegare come sia più complicato lasciar cadere il rantolo su una barella, piuttosto che su un letto. Non lo credete? Al momento opportuno, chiedete di provare. 
Siamo tornati, a tre mesi di vicina lontananza. La sanità è come era, nel cuore della Pneumologia del Cervello. Non c’è notizia. Non c’è mutazione. Siamo in un campo di battaglia ruvido, riscattato dal valore dei soldatini di Ippocrate che combattono una guerra disperata. Perdono peso e forza nella lotta. Smarriscono un chilo di fede al giorno. E’ una cosa normale.

Secondo piano. Lo stesso corridoio. Le stesse stanze. Le pareti scrostate. In bagno l’intonaco è caduto giù. C’è una stanzetta, accanto al rifugio dei medici. Funge da spogliatoio minimo. Era un luogo di ricovero. Sono stati costretti a cambiarne ragione sociale. C’è un foro smangiato e umidiccio nel soffitto. Quando piove, piove dentro. Fa freddo dagli spifferi. I numeri sono sconfortanti, con la speranza di una miglioria. Due Pneumologie al Cervello con l’accorpamento di Villa Sofia e gli immaginabili restringimenti. Lavori in corso in un locale che dovrebbe portare alla soglia magnifica di ventiquattro la capacità di posti letto del reparto. Le operazioni vanno a rilento. Da un mese circa, i letti disponibili sono dodici. Pochissimi. Ieri è stata una mattinata tutto sommato buona. I medici hanno dovuto rifiutare un solo paziente. I malati sono quattordici. Con lo stratagemma delle barelle si riesce un po’ a respirare. E qui respirare è l’abc.  C’è un signore, nella stanza di mezzo, con una gravissima insufficienza respiratoria. E’in barella da due giorni. Quando non ne può più, dorme, soffocato tra due letti con altri degenti, su una poltroncina. Ha le gambe annerite. Nel corridoio due instancabili e solerti infermieri. Non bastano. E’ una cosa normale.

Abbiamo scritto sulle responsabilità dei medici siciliani. Sulla necessità di ripensare la professione. E alcuni ci hanno risposto, trasmettendoci via mail vicende che riproponiamo, mantenendo l’anonimato. “Una volta mi sono trovato a rispondere dell’eccesso di prescrizione di ossigeno ad un paziente in insufficienza respiratoria cronica. Per evitare di dover risarcire l’Asl dell’esborso di qualche decina di euro, ho dovuto fornire una relazione scritta nella quale dichiaravo che l’incremento del consumo di ossigeno era connesso ad aggravamento dello stato clinico del paziente. Non ho dovuto inventare niente. Se avessero voluto, avrebbe scoperto dai registri dell’anagrafe che quel paziente era deceduto in concomitanza con l’incremento ‘sospetto’ delle prescrizioni”. Un altro: “Ma sa che il direttore generale nel mio reparto non viene mai. E come fa? Santo Dio, come fa a decidere su uomini e problemi che assolutamente non conosce?”. Particelle di cosmo kafkiano.  C’era una volta la sanità degli sprechi, sporca e clientelare. La mannaia dei costi e dei tagli si è abbattuta sugli ospedali. Il paziente vero e il medico bravo sono rimasti strangolati e prigionieri nelle tenaglie del bilancio. E’ l’acutissimo lamento dei professionisti del settore. La sofferenza. comunque si voglia chiamarla, è visibile nel consueto squilibrio di un reparto. E’ normale.

Alla Pneumologia del Cervello si sopravvive con dignità e animo solidale. Nonostante le pareti scrostate, la pioggia e il resto. I controsensi, però, stridono.  Il bar appena fuori dal reparto vende le sigarette. In ospedale, a una manciata di metri da un sanatorio per polmoni straziati.
Si tenta di recuperare un guizzo d’umanità. C’è una stanzetta calda e ammobiliata, dono di un paziente-dottore. Un nido che permette a degenti e parenti di consumare insieme qualche momento d’affetto. I quadri da pochi centesimi di euro li hanno staccati dalle pareti e rubati praticamente subito,  a due notti dall’inaugurazione.
Sarà una cosa normale? A Palermo sì.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI