I conti in rosso nella sanità|Lombardo (con altri) rischia - Live Sicilia

I conti in rosso nella sanità|Lombardo (con altri) rischia

Rischiano tutti, da Vendola a Lombardo. Il decreto legislativo sui conti della sanità appena approvato dalla Bicamerale per il Federalismo ha un effetto-mannaia su 7 presidenti di Regione: all’articolo 2 il provvedimento prevede infatti che, in caso di dissesto, il presidente della Repubblica possa disporre la rimozione del presidente della Regione. Non solo: per il governatore rimosso c’è anche l’ineleggibilità per 10 anni “quale componente di alcun organo o carica di governo degli enti locali, delle Regioni e dello Stato”. Insomma: dopo aver provocato un buco nella sanità si può continuare a far politica solo da “soldato semplice” in Parlamento o all’Ars.

La stessa sorte tocca agli amministratori locali. I sindaci e i presidenti di Provincia con i conti in rosso, infatti, saranno ineleggibili per lo stesso periodo. L’effetto del decreto è immediato, e così a rischiare il posto per i buchi nella sanità sono Renata Polverini in Lazio, Roberto Cota in Piemonte, Nichi Vendola in Puglia, Gianni Chiodi in Abruzzo, Michele Iorio in Molise, Giuseppe Scopelliti in Calabria e proprio Lombardo in Sicilia.

E nel mirino finiscono anche i burocrati. I direttori generali, amministrativi e sanitari degli enti del servizio sanitario regionale, con la nuova norma, potrebbero decadere automaticamente, se responsabili di deficit finanziari. A questo si aggiunge l’interdizione da qualsiasi carica in enti pubblici per dieci anni.

La polemica è immediata. A rischiare sono ben due leader di partito: oltre a Lombardo, c’è anche il pugliese Vendola (Sel), che fra l’altro è un possibile candidato alla presidenza del Consiglio. Naturale, quindi, che la rimozione, al momento, sia considerata nei palazzi romani come una mera eventualità ben lontana dall’essere applicata, visto il terremoto politico che provocherebbe. Tanto più che già ieri il presidente della Conferenza delle Regioni, uno che ha i conti in regola come l’emiliano Vasco Errani, ha attaccato senza mezzi termini il decreto: “Siamo per i premi e le sanzioni – ha dichiarato all’Ansa l’esponente del Pd – ma il modo in cui si vogliono applicare e le scelte che si fanno in relazione alle responsabilità dei presidenti delle Regioni, delle Province e dei sindaci, senza alcuna reciprocità col governo, non è costituzionale”.

Ma non è una questione di scontri fra schieramenti. I relatori del provvedimento in Bicamerale, infatti, sono bipartisan: uno è il palermitano Enrico La Loggia (Pdl), mentre l’altro è il democrat Antonio Misiani. In commissione, fra l’altro, ha votato a favore anche l’Italia dei Valori, mentre l’unica astensione è arrivata da Gian Luca Galletti del Terzo Polo.

Fatta la norma, trovato l’inganno. In realtà, per “ammorbidire” il provvedimento, il decreto prevede una serie di passaggi intermedi: prima della rimozione, infatti, è prevista un’audizione del presidente “incriminato” in commissione Affari regionali, che poi deve dire sì al commissariamento con una maggioranza dei due terzi. Dopo l’eventuale approvazione in commissione, la palla passa al premier, che deve proporre il commissariamento al Consiglio dei ministri. Una volta approvata dal governo, alla presenza del governatore “sotto accusa”, la delibera di rimozione passerebbe al presidente della Repubblica. Perché si arrivi alla rimozione, insomma, il provvedimento non deve fermarsi in nessuno di questi passaggi.

La norma, però, dà più potere contrattuale al governo. Roma, infatti, decide l’entità dei finanziamenti da concedere alle Regioni, di fatto divenendo in parte corresponsabile dell’esistenza di eventuali buchi di bilancio.

Al contrario, gli enti virtuosi saranno premiati. Per chi ha i conti in regola, infatti, è previsto  il potenziamento delle misure di contrasto all’evasione fiscale. La partecipazione delle Province all’accertamento fiscale sarà incentivata con il riconoscimento di una quota pari al 50% del “ricavato”. La Provincia, inoltre, contribuirà all’accertamento attraverso la segnalazione all’Agenzia delle entrate ed alla Guardia di finanza di ”elementi utili ad integrare i dati contenuti nelle dichiarazioni presentate dai contribuenti per la determinazione di maggiori imponibili fiscali”.


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