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Palermo alla deriva

Capolinea, si scende



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Nella città in cui tutti credono di avere ragione, il torto - si sa - è di uno solo che ne porta il peso. L'ho incontrato fuggevolmente l'altra sera Diego Cammarata. Ho incrociato il suo corteo di macchine. L'abitacolo della sua auto era illuminato. Il sindaco di Palermo mostrava un tremendo pallore, reso più spettrale dalla camicetta bianca. D'accordo, è stata la suggestione di un frammento. Ma ancora oggi mi pare di avere visto un fantasma, di quelli che apparivano sulla tolda dei brigantini e incanutivano i capelli ai marinai. Una metafora: il fantasma di Palermo.
Un meccanismo impacabile sta devastando la città. E' la ragione disperata di tutti, che giustamente scendono in piazza, protestano. Ogni giorno qualcuno inghiotte un boccone di terraferma. Ogni sera diventa sempre più inutile restare in equilibrio.

E c'è chi invia comunicati. Chi deplora. Chi ammonisce. Come se la politica, con le sue graziose diversità, non fosse ormai un cadavere sull'Oreto. Come se non fosse già qui il venerdì santo in cui è dovere civico di ognuno indossare l'uniforme della speranza e provare a dare una mano. Basta con gli attacchi a Cammarata, è un primo cittadino che ha fallito, lo sappiamo a memoria. Però distruggerlo non serve. Basta con i balletti di chi vuole soltanto sottrarsi alla responsabilità del crollo. Basta con queste sterili polemicuzze da cucinino su Marianna Caronia. Avremmo - scusate - altro da fare. Lo sciopero dell'Amat è appena un aperitivo della catastrofe, è l'anticipazione di uno scenario apocalittico: niente servizi e  bocche da sfamare. Questo è il momento dell'unione che arriva un secondo prima del si salvi chi può. Il fantasma dell'altra sera aveva il volto del sindaco di Palermo. Ma Palermo siamo noi.