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La lettera

Aspettabile Palermo, chi resterà?


Vuoi scrivere una lettera a Palermo? Vuoi arrabbiarti, vuoi sussurrarle parole d'amore? Noi la pubblicheremo. Le parole sono importanti ed è giusto che ognuno riscopra il senso del suo rapporto con la città. Ecco le prime.


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(Ri)Spettabile Palermo, o Pregiatissima o Eminentissima o Cara persino se ci conoscessimo; ma io non ti riconosco quasi più, pur essendo da tanto che ti frequento: adesso da troppo tempo mi ritrovo ad attendere una tua rinascita. Forse avrei dovuto dire: Aspettabile Palermo.

Mi chiamo Riccardo e sono un palermitano – un tuo figlio - di sintesi: sintetizzato, cioè, in maniera precisa ma forse contraddittoria dai tuoi vizi e dalle tue virtù. E sono un palermitano di ritorno: uno di quelli che hanno voluto constatare di persona la capacità elastica del proprio cordone ombelicale. Per cui ho viaggiato a lungo e scoperto il fascino della tua eco, che da lontano ti rende ammaliante come una sirena. E dei tuoi profumi che nella memoria non hanno sbavature. Del tuo cibo e della tua arte che a distanza eremitica sembrano perfettamente conservati ed assolutamente digeribili. E dunque sono tornato, nel fiore dei miei 27 anni a riprendermi bulimicamente la linfa cittadina, conscio della ruggine da dover scrostare per ammirare bene il gioiello che nascondi. Ma fiducioso.

Da allora più di due lustri sono passati, la mia fame di te ha lasciato spazio ad un continuo, latente senso di rigurgito. Il tuo profumo, di pattume caldo, è ahimè fin troppo prosaico. Cos’è successo? Cosa ti è successo? Amatissima Palermo, regno di tutti gli inizi, dove sei finita? Frugo nella memoria per accatastare tutti i ricordi che possano salvarci, o almeno farci restare a galla. Ma è un elenco di morti.

Giovanni Falcone.

Paolo Borsellino.

La primavera di Palermo.

Il leone Ciccio.

Il gran cafè nobel.

Gli occhi della gente.

Proprio gli occhi della gente raccontano di un cambiamento che non capisco e che mi fa paura. Gli occhi di certa gente. Se riesci a vederli, dietro lenti scure di occhiali scuri nascosti da finestrini ancor più scuri di suv, rigorosamente bianchi, troverai un nuovo sprezzante modello di essere umano. Che ha sempre meno tempo per prestare attenzione alla grazia e alla gentilezza. Un modello per cui l’educazione merita disistima, perché nasconde debolezza. Che si muove come un moderno e tecnologico predatore, che consuma lo scempio delle sue vittime – che siano le cose o le altre persone – sempre, rigorosamente al di fuori della propria tana. In uno spazio pubblico che è savana. E se non sei leone, dovrai correre o sarai braccato. A farla breve ho deciso di andarmene.

Perché non mi riconosco più nella tua gente; perché l’aria è tremendamente viziata. Perché non ho mai considerato il caos una nota di colore folkloristico. Vado via perché ho un figlio anch’io e non voglio che impari a guidare la bicicletta sulle tue strade. Perché le strisce pedonali sono ostiche come una scacchiera; perché anche le tue palme hanno già abdicato. Perché odio i suv, e non solo quelli bianchi. Perché tutti noi, i tuoi figli, stiamo diventando tremendamente sporchi, nei gesti ma ancor di più nelle intenzioni. Perché siamo un popolo di evasori, evasi ed evasivi. Perché il modello di famiglia che ci hai insegnato è una balla: si cura di sé ignorando troppo spesso il prossimo. Perché lo splendore dei tuoi scorci, glorificato dal sole estivo, viene mortificato dal fango delle prime piogge autunnali. E perché continua a divorarti quel tuo male oscuro, la mafia, di cui siamo quasi tutti dei portatori sani: la mafia c’è ma non sempre si vede, come un herpes.

Lo so che penserai che in questo sono il classico palermitano, disfattista quand’è in casa e lirico sentimentale quando si allontana. Tutto vero, tutto giusto: ma è colpa tua. Puoi essere solo un amore presbite. Quando ci accogli fra le tue braccia non fai altro che stritolarci e quando ce ne andiamo ci piangi come costole sparpagliate. Mi auguro davvero che l’Italia, la suadente e decadente gamba d’Europa, non stia prendendo lo slancio per spazzarti, con un calcio, lontano. Ancora più lontano. Con amore, e rammarico.

Riccardo