Live Sicilia

Il caso Ciancimino

La verità che nessuno cerca



, Cronaca
Massimo Ciancimino è un campo di battaglia. Il nome marginalizza una persona in carne e ossa con i suoi percorsi e identifica un simbolo, una trincea su cui è utile lottare alla baionetta in virtù dell'appartenenza. Guardi il volto aguzzo di Massimo junior e osservi le rughe dell'Italia, cioè ormai l'intero Paese.

La storia è nota. La ripetiamo. E venne un figlio di boss, inizialmente, con la sua lieta novella di redenzione. Tutti possono cambiare. Tutti hanno un lieto fine da esibire per riscaldare i cuori degli ingenui. Massimamente, Massimo fu glorificato oltre i meriti che probabilmente nemmeno aveva. Un'icona dell'antimafia. Un principe della mutazione genetica. Un messaggero della speranza. Perché? Perchè metteva in mezzo, tra l'altro, il solito Berlusconi. Perfino il fratello di un martire autentico gli si sedette accanto, circostanza che provocò nelle persone perbene un moto di rivalsa. Chi avrebbe mai pensato di scorgere un giorno, allo stesso tavolo, il figlio di don Vito e il fratello di Paolo Borsellino? E' che non capivamo, non ci incantava il fulgore, non ci sentivamo rapiti dall'estasi della favola. Naturalmente, il lavoro delle Procure è materia scottante che andrà opportunamente vagliata. Qui basta riferirsi al contesto che talvolta - come insegnava Sciascia è essenziale.

Seguirono ulteriori svilippi, come si dice. Alquanto rovinosi per il protagonista della magia che rapì certe anime pure dell'antimafia. Massimo Ciancimino è in disgrazia. E adesso si scatenano gli altri, in coro. Coloro che tengono la foto di Silvio B. al capezzale. Panorama pubblica un'intercettazione abbastanza vecchiotta, con qualche particolare interessante. E si scatena la corsa al comunicato. Parole talmente urticanti e taglienti da sembrare scritte quasi in anticipo, nella loro precisione. Macigni che aspettavano il momento propizio per rotolare a valle, sapendo che sarebbe arrivato. Il figlio di don Vito è il pretesto. Conta che in quel colloquio ci sia la parolina di sette lettere: "Ingroia", da azzannare. E tanto basta. Cecità volontaria su cecità prescelta. Loro suonarono le trombe, noi rispondiamo con le campane. Massimo Ciancimino, più che un campo di battaglia, un'arma di distruzione di massa, brandita secondo convenienza.

Poi ci sarebbe la verità. Ci sarebbe da avviare un discorso serio sulle scelte della magiastratura, senza che ci sia a monte la volontà di sfregiarla. Ci sarebbe da riflettere sulla storia recente, sulle implicazioni che hanno le imposture, sulla pagliuzza d'oro che può brillare in un torrente di menzogne. Ma ci vorrebbe uno sguardo equanime, con il rispetto del principio fondante della ricerca di senso che non va mai usata contro qualcuno. Invece, la nostra verità - che non è tale esattamente per questo - è utile quando autorizza una resa dei conti, quando e se ha un fine fazioso. Altrimenti, nemmeno vale la pena di nominarla.