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Il dibattito su Russo

La peggior difesa è la fuga


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Ispirandosi forse a quell'innocua commediuola anni '80 dal titolo "La miglior difesa è la fuga", la variopinta e tormentata maggioranza di Palazzo dei Normanni ha scansato ancora una volta la curva pericolosa del voto sulla mozione di censura all'assessore
Massimo Russo. In scena è andato il bis di quanto già visto a luglio, con i partiti che sostengono il governo Lombardo che si aggrappano ai cavilli regolamentari per evitare il voto. Stavolta, però, una discussa decisione del presidente Francesco Cascio ha sbarrato la strada alla fuga per vie, come dire, normative. E a quel punto, vista la malaparata, si è optato per una fuga fisica, con la scelta di abbandonare l'Aula per lasciare l'opposizione sola a votarsi la sua mozione. Non si è arrivati a tanto, per via del rinvio a martedì prossimo, quando si attende una nuova puntata della telenovela. Avventurarsi in questa sede su una valutazione tecnica della scelta di Cascio, che sfoggiava un'inedita barba da missionario al ritorno del suo viaggio in Congo, sarebbe pratica scivolosa. Conoscendo la notoria padronanza dei regolamenti di un navigato capogruppo come Antonello Cracolici, (nella foto)  chissà, qualche ragione probabilmente, le critiche di Pd, Mpa e compagni potevano pure averla.

Ma tutto ciò non sgombera il campo dal punto, che già due mesi fa avevamo messo in evidenza: la pedissequa applicazione del regolamento, che può sfociare in forme di ostruzionismo, è qualcosa che per definizione, nelle aule parlamentari compete alle minoranze. Le maggioranze, se il dizionario qualcosa ancora vuol dire, non dovrebbero averne bisogno, avendo dalla loro la forza dei numeri. E bene ha fatto, con la consueta schiettezza, la capogruppo del'Udc Giulia Adamo, a gridare la nudità del re, dicendo che il suo gruppo era pronto a restare in Aula se si fosse evitato il voto segreto. Perché è lì che si annidavano le paure della maggioranza, ben conscia del rischio di consistenti pattuglie di franchi tiratori che non aspettano altro che impallinare un assessore non esattamente popolare tra i suoi stessi alleati.

Curioso, in effetti, che tali e tanti sotterfugi dal sapore squisitamente politico, della peggior politica verrebbe da dire, vadano in scena quando si discute di un governo, che in linea teorica si definisce tecnico. Un equivoco di fondo dal quale, presto o tardi, la Sicilia dovrà uscire.