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Gli ultimi giorni di sindacatura

Chiediamo scusa a Diego?



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Un consigliere avverso a Diego Cammarata: "Come sindaco non è cosa. Però lo linciano sul piano morale e non è giusto. Hanno detto che si droga, che è sempre ubriaco. Non è vero niente. Un bicchierino ogni tanto come tutti. Non mi piace il clima che si è creato". Piaccia o non piaccia, il barometro non si schioda dal fanculizzamento sottozero. Diego C. è il personaggio pubblico più odiato di Palermo. Da qualche mese, ha operato una strategia dell'inabissamento in attesa di giorni meno tremendi. Ogni tanto parla - vedi le ultime dichiarazioni sul Consiglio - e si scatena il terremoto.

Diego C. non è in grado di fare il sindaco. E' possibile che sia questa una delle cause che hanno attirato il rancore come carta moschicida. Ma il consiglio comunale non sa fare il consiglio comunale. La borghesia palermitana non sa fare la borghesia. Anzi, coltiva nei confronti del potere una sorta di sindrome Marcecaglia. Accucciati e buoni a ronfare finché la mano che regge le leve si ricorda di lanciare qualche briciola. Poi è facile indossare la tunica fiammeggiante degli arcangeli sterminatori. L'indignazione è disseminata ovunque. Se proprio non riesci a fabbricarla autentica, puoi comprarla adulterata nei banchetti organizzati allo scopo. Il regime politico-imprenditoriale che ha masticato Palermo scopre la necessità di affrettarsi a cambiare indirizzo sociale, prima che sia tardi. E si mettono in scena teatri del grottesco tra il torbido e il comico: la lapidazione della carica governante, per interesse. A prescindere dal torto e dalla ragione. Cosa vuol dire? Che Diego Cammarata è stato ed è un pessimo sindaco. Eppure, nella via crucis di Palermo non è il solo responsabile, nonostante sia utile a tutti crederlo.

Il rancore, per una città di ignavi, afflitta dalla viltà dell'omissione, caratterizzata da comportamenti individuali gravemente lesivi di ogni ipotesi di convivenza civile, è il colore dominante dell'affresco di una desiderata autoassoluzione. E' colpa sua. Noi lo abbiamo votato per ben due volte. Comunque è colpa sua. In consiglio comunale si sono consumati spettacoli da arrossire, comunque è colpa sua. Una cerchia di (alcuni) imprenditori sfrutta i lavoratori secondo il noto rito palermitano (già ti ho impiegato, pretendi pure che ti paghi?), però intona il salmo della politica cattiva e insensibile all'occorrenza. Colpa sua, colpa di Diego C. Il palermitano medio non sa esercitare con giudizio i suoi diritti, non li pretende, non li semina. La sentenza è inappellabile: colpa di Diego.

Che sia tanta la sua colpa è un dato abbacinante. Al di là degli atti amministrativi, della scarsa cura e della dubbia moralità pubblica di vicende al vaglio del giudice - fatti incontrovertibili - l'errore ancora in atto di Diego C. è la fuga continua dal suo popolo, dalla gente. La voglia di non replicare il carisma di un altro primo cittadino, Leoluca Orlando, con cui non si sarebbe potuto competere sul versante degli abbracci allo Zen o dei baci sulla guancia a Borgo Nuovo, si è dissolta nell'invisibilità. Diego C. non c'è mai stato. Non ha condiviso con nessuno la trama complicata di mesi difficili. Non ha posato la sua mano sulla fronte calda della città. Non ha prestato la faccia a Palermo, né la voce. Forse non aveva niente da dire.
Ma l'onore dovrà pur essergli restituito al netto della reprimenda. Il sindaco Cammarata ha fallito. L'uomo Diego ha subito offese atroci sul piano personale e intimo, insulti che gridano vendetta. Dovremmo chiedergli scusa.