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La trattativa al processo Mori

La lettera a Scalfaro sul 41 bis



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Nel marzo 1993 i parenti dei detenuti per mafia sottoposti al regime del 41 bis tentarono di fare pesanti pressioni sul presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro. Lo fecero con una lettera, della quale riconoscevano il tono 'arrogante', che è stata acquisita dai magistrati di Firenze e adesso è stata prodotta dai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati della mancata cattura di Bernardo Provenzano.

La lettera si prefiggeva di indurre Scalfaro a attenuare le ''angherie'' (così erano chiamate) nei confronti dei detenuti. E adesso il suo contenuto viene messo in relazione con la 'trattativa' tra lo Stato e la mafia avviata nel periodo intercorso fra la strage di Capaci, del 23 maggio 1992 (in cui vennero uccisi Falcone, la moglie, gli agenti di scorta), e quella di via D'Amelio (in cui vennero trucidati Borsellino e gli agenti della sua scorta), del 19 luglio 1992. Una delle richieste contenute nel 'papello' mirava proprio all'abolizione del 41 bis, il regime del carcere duro. Alcuni mesi dopo, in effetti, l'allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò il regime carcerario duro nei confronti di alcune centinaia di detenuti. Conso ha sempre sostenuto che fu un'iniziativa personale.

I magistrati di Palermo non escludono che fosse una forma di 'apertura' nei confronti degli interlocutori della 'trattativa' mediata da Vito Ciancimino. La lettera di pressioni era indirizzata a Scalfaro, ma fu inviata anche al Papa, al presidente del Consiglio, a Maurizio Costanzo (poi sfuggito a un attentato, a Roma) e a Vittorio Sgarbi. Dopo avere elencato disagi e ''angherie'' i parenti dei detenuti, che comunque non si firmavano, si rivolgevano a Scalfaro come il più alto responsabile dell'Italia ''civile'' che, scrivevano, ''ha a cuore i problemi degli animali, i problemi del terzo mondo, del razzismo e dimentica questi problemi insignificanti, perché si tratta di detenuti, ovvero di carne da macello''. ''Noi ci permettiamo di farle notare - aggiungevano - che, continuando di questo passo, di detenuti ne moriranno, ma lei non si curi di loro, tanto si tratta di carne da macello. Per noi e per loro resta solo la consolazione che un giorno Dio, che ha più potere di lei, sara' giusto nel suo giudizio...'.'