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Il reportage

Un piatto di pasta all'Ars



, Palermo, Politica
Il sugo è denso. Guizza. Le acciughe sono appropriate. Il pan grattato è regolamentare. Il primo morso conferma la lusinga della vista. L'amico gentile si premura: “E' buono?”. “Buonissimo”, risposta di prammatica con la bocca impiastricciata di pomodoro. L'anfitrione si concede un sorriso: “Costa il giusto”. “Quanto?”. “Un euro. Aspetta, forse un po' di più. Ma non più di due euro e qualcosina. Non preoccuparti, ci penso io”. E chi si preoccupa?

Assemblea regionale siciliana, mensa dei dipendenti. Qui la categoria di giustizia assume una forma peculiarissima. E segue una follia dissimile dalla pazzia del mondo. Fuori, è giusto che regni il mercato. E' giusto che fabbriche di mezza età chiudano gli occhi, se i conti non tornano. Dentro, è giusto che la pasta con le acciughe costi “non più di due euro e qualcosina”. Così puoi permetterti la bistecca, con un minuscolo esborso in più.

E' il dentro o fuori che ti cambia la vita. Per sempre. Il portoncino scorrevole è un miscelatore di destini. Se appartieni al Palazzo, nulla avrai da temere, perché le garanzie sono immani (giuste, cioè). Se vaghi nel deserto, oltre i cancelli, puoi solo sperare nelle briciole delle acciughe, nella benevolenza dei palazzinanti, nella carità del clero e dell'aristocrazia che in quelle contrade si contendono lo scettro del potere democratico.

In questo giorno di novembre con un fiato di sole, si direbbe che il Palazzo sia inutile. Si direbbe. Non ci sono sedute d'aula. Non ci sono commissioni. Eppure, c'è qualcuno di passaggio. Il segretario del Pd Giuseppe Lupo chiacchiera in un angolo. Il pidiellino Innocenzo Leontini discende imperioso le scale. Nell'ozio dei minuti lunghissimi, affogati nel niente da fare, le voci narranti si moltiplicano per ingannare la clessidra.

“Sai, quando sei qua dentro ti prende la sindrome della Fortezza Bastiani. Non si sposta una piuma. E qualcuno impazzisce. Sai, qui c'era uno che spiava i pianeti, con un cannocchiale, convintissimo che da lassù gli extraterrestri spiassero la terra. Arrivò alla conclusione e la comunicò trionfante: 'Ci osservano da Titano”. “Sai, siamo nel Palazzo reale. Qui c'era la regina. Di tanto in tanto appoggio la mano sulla parete per vedere se scovo il calore residuo del palmo di Federico II. Sai, fu ragazzo qui. Camminò dove siamo adesso io e te. C'era la scuola poetica siciliana... Sai, qui è obbligatoria la cravatta, Un giorno, un geniaccio stufo di rimbrotti per il suo collo libero, si presentò con due cravatte. Sai, qui c'era una volta”.

C'era una volta la regina. Oggi, sul sentiero dei suoi passi, campeggia una barriera che separa biografie e percorsi. C'erano i poeti ("Pi meu cori alligrari", zampilla da una fontana segreta una poesia antica). Ci sono persiane della facciata chiuse sul viso del sole Palermo. C'è una specie scatola acustica che attutisce i rumori e li trasforma in silenzio. Nel cuore del palazzo non si ascolta un sospiro.

E' tardi, si va a pranzo. Alla mensa dei dipendenti servono bistecca, spaghetti con le patate, calamaro col ciliegino. E, certo, le acciughe. L'anfitrione si accomoda e inzuppa il pane in un dito d'olio. A pochi metri c'è il ristorante dei deputati che spesso banchettano con le famiglie. Costa appena appena un po' di più. Ecco la pasta con le acciughine. Sontuosa. “Non più di due euro”. E' il prezzo giusto. E' il costo del cibo degli dei, dei semidei e degli affini. Fuori il sole splende sul Palazzo senza commissioni né sedute, in un giorno inutile. Ma non c'è da dolersene.  L'inutilità in Sicilia è un virtuosismo, non una ferita. Chiunque, perfino uno scemo, è capace di esistere per uno scopo. Chiunque, perfino un re, magari per sbaglio, può esserci per essere utile. Solo un genio, un vero genio siciliano, riesce a vivere per giornate interminabili come un camaleonte. Immobile. Acquattato su un ramo, al sicuro, nel colore delle cose che non sono.