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Lo speciale. Padre Stabile

"La cultura mafiosa è diffusa
E Cosa nostra nelle fiction affascina"


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speciale mafia, Cronaca, Palermo
Le recenti operazioni congiunte della Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri hanno portato all’arresto di 36 “nuovi” mafiosi infliggendo un duro colpo a Cosa Nostra palermitana (Il video con le intercettazioni). Tolti di mezzo questi, ne arriveranno degli altri? Lo chiediamo a don Francesco Michele Stabile, studioso e prete di trincea.

Quanto tempo pensa ci metteranno le famiglie malavitose a trovare nuovi esponenti?
"Se pensiamo che gli ultimi grandi arresti risalgono a cinque o sei anni fa, capiamo che Cosa Nostra riesce a riorganizzarsi nel giro di poco tempo, facendo emergere ogni volta uomini della terza o addirittura quarta fila che trovano spazio libero davanti a sé e non hanno difficoltà a spuntarla".

Perché è così semplice trovare un rimpiazzo?
"I motivi in verità sono diversi. Già di norma la mafia attecchisce con semplicità nelle fasce più disagiate della società che vedono nel fenomeno mafioso non soltanto la via più facile per diventare qualcuno, ma anche la risposta più “vicina” ai problemi quotidiani. Dall’altra parte però, ho notato che la crisi economica ha peggiorato la situazione. E’ proprio in questo momento, secondo me, che i mafiosi hanno la massima possibilità di reclutare nuovi “picciotti”. La cultura mafiosa tra l’altro, è ampiamente diffusa in tutta Palermo. Basti pensare che la logica clientelare non è altro che il primo passo verso un modo di agire tipico del crimine organizzato".

Pensa che esistano delle vere e proprie “riserve” in panchina pronte ad entrare in campo o esiste ancora la vecchia logica della lotta interna?
"Se faide interne ci sono state noi non le abbiamo viste. Ritengo siamo ben lontani dalle lotte intestine per la successione e dalle morti di piazza dei decenni scorsi. I nuovi meccanismi non sono del tutto chiari ed è per questo che penso si dovrebbe investire di più sul cercare di capire come il mondo mafioso si riproduce e si organizza. Mi sembra di notare tra l’altro che negli ultimi anni lo studio delle mafie sia passato un po’ in secondo piano. Fino agli anni novanta esistevano gruppi di analisi che cercavano di studiare il fenomeno mafioso e le sue dinamiche. Oggi invece sembra che il tutto si riduca ai semplici provvedimenti giuridici e alle indagini degli inquirenti".

Tolti gli “anziani”, alla mafia rimangono solo i giovani. Dai testi delle intercettazioni si nota che anche il linguaggio mafioso va cambiando, sembrando spesso troppo simile a quello dei film. C’è una relazione tra l’età dei mafiosi e il linguaggio?
"I “nuovi” mafiosi appartengono alla generazione delle serie tv. Non le nascondo che qualche sera fa ho visto una reclame in cui pubblicizzavano di nuovo la fiction “Il Capo dei Capi” e questo mi preoccupa davvero tanto. Se già nel quartiere Albergheria di Palermo, qualche anno fa, vedevo i bambini giocare a “Totò Riina”, non oso immaginare che influenza abbia la televisione su chi diventa mafioso. Purtroppo i film e i programmi di ogni giorno ci offrono dei modelli che vengono spesso scambiati per obiettivi da perseguire. Un serie televisiva basata sulla mafia che propina il boss di Cosa Nostra come quasi un eroe, secondo me influenza negativamente chiunque. I vecchi “Padrini” erano degli “sputasentenze” che spesso avevano un linguaggio tratto dalla cristianità o dai testi sacri, e per questo infatti, erano considerati portatori di una saggezza che trasmettevano da una generazione all’altra. I boss di oggi invece hanno perso l’aura di sacralità e si comportano come gli attori che vedono in televisione".