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I figli di Palermo



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Non ci sono foto felici dei bambini di Palermo. Se sorridono, è un miracolo che accade in poveri compleanni con candeline in bianco e nero. Ci sono belle immagini degli altri bambini, figli di mamma e papà, non di Palermo. E' una cascata di anniversari con le candeline rosse. Di guance che si gonfiano per soffiare sul domestico incendio di una torta al cioccolato, guarnita a panna col nome del festeggiato. Di genitori con gli occhi lucidi, dietro le quinte, alle spalle della scena, come passanti sorpresi alla fermata di una meraviglia. I figli di Palermo li vedi razzolare tra i cassonetti, le fogne, il cielo scolorito e i corridoi in terra battuta e polvere dello Zen. E sono talmente abituati a giocare a calcio con palloni impossibili, fra tubi di scappamento e cocci di vetro, che si intimidiscono quando la fortuna li accompagna per mano nel verde smeraldo di un campo vero. Lo ha raccontato Roberta Sbrana che dirige la “Leonardo Sciascia”, una delle scuole proprio dello Zen. E' stato inaugurato un campetto di calcetto. I ragazzini avevano voglia di togliersi le scarpe. E' la reazione di chi si sente inadeguato. Di chi pensa di sporcare la gioia o la bellezza, semplicemente sfiorandola. Le calzature blasfeme dei bambini sulla superficie di un giocattolo in erba sintetica, immaginato per loro. E quando un bambino comincia a credere di essere indegno dei suoi giochi,  la verità è scritta nelle stelle: non è più un bambino.

Il bambino è un uomo sospeso in una galassia di felicità, in attesa che la pazienza di un tenero cedimento si avveri. Il prezzo della perfezione sta nel non saperlo. Ti accorgi dopo che il meglio è già scappato alle spalle, quando ti appresti a costruire la casa con il legname imperfetto della vita adulta. Ma almeno prima sono apparse le foto dei compleanni con papà e mamma, con le candeline rosse e le guance paonazze come doveva averle il lupo cattivo all'ennesimo sbuffo contro la porta del porcellino astuto. Io la conservo ancora quella foto della scuola elementare. Con me ci sono Simone e Gaetano. Avevamo tutti, manco scriverlo, facce da bambini. Eravamo figli di un padre e di una madre.

I figli di Palermo nascono e subito gli mettono in mano una baionetta di gomma, appendice di un fucile caricato a salve. Gli indicano la strada della guerra. Poi, il compito di quei genitori è finito. Al resto ci penserà Palermo. Molti crescono, bene o male, con il chiodo fisso di accumulare armi e arnesi meno inutili di una baionetta spuntata e di un fucile col tappo. Crescono e regalano al mondo altri bimbi, figli di Palermo, cioè di nessuno.

Ogni tanto un corpo si rompe. Il buio emerge. La storia di Samuele, il piccolo dell'Albergheria, è un orrore che sottoscrive e amplifica l'evidenza. C'è una infinita serie di abbandoni, di omissioni, di sopraffazioni da scontare. C'è un crimine continuato contro l'infanzia. Ce ne rendiamo distrattamente conto quando una vicenda di ordinaria tragedia rompe gli argini della cronaca e diventa di dominio pubblico. Palermo finge di interessarsi. Alza di poco il ciglio inumidito sull'occhio del sonno. E lo richiude subito. E noi che vorremmo la dittatura dei bimbi, noi che voteremmo un dodicenne sindaco, scopriamo ogni sera di più la tetra e perfetta pedagogia di una città che distrugge i sogni di ognuno. Alcuni li uccide nella culla dei futuri che nascono grandi. Per gli altri aspetta.
Così eravamo noi, nella foto della felicità. Bambini felici. Oggi abbiamo paura di ricordare un prato.