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La mamma di Samuele e il caso Cuffaro

Ma quale giustizia



cuffaro, mamma di samuele, Cronaca, Palermo
(rp) Una donna viene accusata di un crimine odioso: di avere massacrato il proprio figlioletto in un vicolo. Indizi pesanti a suo carico. L'avvocato difensore si permette di esprimere qualche dubbio su Livesicilia, partendo dal presupposto che la vittima è certa, ma per il carnefice bisognerà comunque attendere una sentenza. Apriti cielo. Chi è il legale? Uno che vuole mettersi in luce. Uno che protegge ciò che non si può proteggere. Avrebbe dovuto presentarsi in tribunale con un nodo scorsoio, per chiedere l'impiccagione della sua cliente. Il popolo ha già deciso, previa distratta lettura di giornale o fugace occhiata al televisore.

Naturalmente, i sospetti e le indicazioni sono fortissimi. Eppure, sulla bilancia della giustizia probabilità e sicurezza non sempre combaciano. Né è detto che il mostro di un giorno lo sia stato immancabilmente in ogni giorno trascorso. Altro dubbio dell'avvocato Norrito che difende la mamma di Samuele: se è davvero tossicodipendente, come  mai in cella non ha dato segni di astinenza, secondo il suo racconto? Niente da fare, avvocato, ripassi. Nessun verdetto di condanna è stato emesso da chi di dovere? Non conta. Per i lettori di Livesicilia, la donna incriminata è la rappresentazione di una oscenità inappellabile. Tagliatele la testa. E non c'è bisogno di chiamare il boia.

Sono, peraltro, gli stessi lettori che in parte (genericamente intesi) metterebbero la mano sul fuoco per un ex presidente della Regione incarcerato dopo sentenza definitiva. Dice: ma che c'entra? Sul piano della coerenza reale e orizzontale c'entra, eccome. Come si fa a lapidare con la mano destra, in nome dello stesso principio d'equità,  la protagonista di una storia che non ha attraversato nemmeno il primo grado di giudizio (quando si chiede la normalità: solo di avere un 'idea aperta a revisioni, senza considerarla assoluta fino al pronunciamento) e ad assolvere moralmente - in contemporanea e giurando sulla sua innocenza - con la mano sinistra un uomo che patisce i suoi anni in galera dopo una pena passata in giudicato? Non si scontano evidenti pregiudizi di accosto, di natura personale e di relazione? Non c'è qualcosa che non funziona nell'interpretazione diffusa della cronaca giudiziaria? E' perenne responsabilità dei giudici o dei giornalisti se il profilo della giustizia somiglia a una ghigliottina, a un Colosseo, a un tiro di dadi, alla ruota delle esecuzioni in piazza? O possiamo chiamare in causa un po' delle certezze e delle simpatie della brava gente, incollata alla tv? Voi che ne dite, lettori?