Live Sicilia

Il domenicale di Livesicilia

Palermo senza guida



, Cronaca, Palermo
Palermo è una agonia senza guida, senza volante, senza freno. Metafora, politica e cronaca si intrecciano. L’assenza politica e amministrativa si riflette nella frantumazione di una comunità divisa in singole e attrezzate macchinette da guerra. La strada è il campo di battaglia in cui esplode lo sfascio sociale. In qualunque altra parte del mondo, la schizofrenia automobilistica è un problema essenzialmente urbanistico, è un riverbero di codici e logiche, mischiato con la probabilità dei comportamenti umani. A Palermo, no. A Palermo la follia stradale è un parto del dissolvimento collettivo. E’ il ciaffico dello zio di Benigni catapultato su un palcoscenico da tragedia greca. Il coro appartiene alle vittime e ai condolenti.

Gli ultimi incidenti stradali col loro terribile corredo di resti sparsi sull’asfalto rappresentano la fase avanzatissima di una patologia acuta. Palermo è una cittadina polverosa da vecchio West. Ha perso i connotati amabili di una splendida capitale del Sud d’Europa. Qualche tempo fa, le antiche scaglie d’oro rilucevano, minime e sublimi, nel rimpianto. C’era il tramonto di un ricordo, una malinconia da aperitivo, uno spleen da ultimo bicchiere di birra all’alba, sul sagrato dell’Olivella. Ora nemmeno e non più. Si è smarrita la memoria di Paperone col suo mitico Klondike di fagioli e di pepite. Un tempo felice è una benedizione. La memoria di un tempo felice è una spina nel cuore che lascia intatte zone di bellezza e di conservazione ai margini del buco. Questo è il tempo del cuore scippato, triturato e dato in pasto alla rabbia dei cani. Non c’è neanche l'obolo concesso alla nostalgia.

Già vediamo le teste dei lettori in scuotimento negativo. E quando mai la cloaca che attraversiamo è stata gioiosa? Lo è stata, nel non essere sempre una cloaca, un wc dello spirito, una bestemmia dei corpi che fanno i conti con i suoi denti aguzzi. Lo è stata, tra gramaglie di lutto e conati di vomito, magari senza rendersene conto, magari senza riempire un contenitore che durasse più di qualche minuto divorato nel contemplare meraviglie nascoste dall’abitudine al brutto. Ma Palermo è stata davvero Palermo. E’ stata bellissima. E felicissima.

Altro sussulto del capo. Scusi, che c’entra il traffico, con i sinistri? Parrebbe argomento basso e non attiguo alla grandezza dell’apocalisse. Eppure, c’entra, perché è il primo sintomo del dolore, il più evidente e il più scientificamente disponibile per descrivere la non curabilità del male. Se il marcio affiora così con tanto, con tale verità di accenti, vuol dire che c’è poco da fare, forse, quasi nulla. E’ impossibile non vedere nel brulichio di lamiere quotidiano la ferita chiara, la piaga infetta, i capelli di Medusa del conflitto che ci riguarda. Sarebbe da ciechi non cogliere nell’odio che cozza come gli sportelli, negli sguardi reciproci feroci, negli insulti gratuiti, il diagramma di ciò che accade. Viviamo una progressiva disumaniazzazione. Nessuna città. Nessuna Palermo. Centomila tribù che si scontrano, che si dichiarano guerra dall’alba al tramonto. Automobilisti contro ciclisti, contro i pedoni. Tutti contro tutti. E in guerra si muore. O si sopravvive.