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Intervista all'oncologo

La morte assurda di Valeria:
"Qualcuno doveva intervenire"


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, Cronaca, Palermo
Ancora dubbi e incertezze sulla morte di Valeria Lembo, la donna di 34 anni, dopo la quarta seduta di chemioterapia all’ospedale Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo. Ci sono ancora le responsabilità da accertare. Ma si poteva evitare una morte del genere? Chi avrebbe dovuto seguire con attenzione la terapia prescritta? Ne abbiamo parlato con il dottor
Biagio Agostara, già primario del reparto di Oncologia medica dell’ospedale Civico di Palermo.

La donna è morta a causa di una dose eccessiva di medicinale durante una seduta di chemioterapia. Ma è possibile, secondo lei, morire in questo modo? Si poteva evitare?
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Sicuramente i percorsi di chemioterapia sono creati affinchè non succeda quello che è avvenuto con la morte della donna. In tutti i protocolli di chemioterapia può sopraggiungere una tossicità imprevista come nel caso di un dosaggio eccessivo e a seconda dell’entità, il rischio è quello di compromettere la sopravvivenza".

L’oncologa del Policlinico ha rotto il silenzio e ha rilasciato una dichiarazione che esclude la sua responsabilità in questo tragico errore. Eppure la dose era eccessiva. Com’è possibile che un medico decida di non interrompere la terapia?
"Io non so esattamente come sono andate le cose dato che ho appreso la notizia dai quotidiani. Ma ritengo che sia strano che la dottoressa abbia potuto dire questo. La consapevolezza di avere in corso un trattamento ci costringe a intervenire e lei avrebbe dovuto farlo subito sapendo che la dose prescritta era letale per la donna. Ma non l’ha fatto".

Nel caso di chemioterapia, come funziona il sistema dei controlli? A chi spetta, in questi casi, il ruolo di prestare maggiore attenzione alle terapie prescritte?
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Il protocollo della chemioterapia prevede che il medico oncologo debba stabilire la schedula terapeutica, il farmaco da somministrare e le giuste dosi non in base ad una propria idea ma seguendo una serie di conoscenze di base su ogni tipologia di farmaco e dunque in base alle caratteristiche fisiche stabilire le dosi massime tollerabili dalla superficie corporea. La prescrizione del medico, successivamente, va inviata al farmacista che, prendendo atto della schedula, prepara la confezione dei farmaci e dei dosaggi che vengono nuovamente inviati al reparto. Una volta che il medico oncologo la riceve, spetta proprio a lui autorizzare la terapia. Infine è compito dell’infermiera specializzata somministrare il farmaco al paziente".

Dopo questo tragico episodio, tra parenti e pazienti in cura c’è ancora più paura.
"In qualunque ospedale si fanno circa 500 terapie al giorno. Questo è un caso isolato. E’ successo solo una volta e questo vuol dire che non c’è da avere paura perché le cose funzionano".

Per ridurre il rischio clinico ormai da anni è stata introdotta la cartella clinica elettronica. Se in questo caso ne fosse stata utilizzata una cartacea, la cartella elettronica avrebbe escluso una morte del genere?
"La cartella elettronica ha permesso di codificare i dosaggi. Per questo motivo non avrebbe mai accettato un dosaggio eccessivo e dunque letale. Anche se il farmacista quando prepara la confezione con il farmaco conosce bene i dosaggi. Ben venga qualunque meccanisco che controlli la correttezza del protocollo".

Nei centri di oncologia di Milano vengono utilizzate delle attrezzature che dosano automaticamente il farmaco da somministrare. Una macchina del genere avrebbe evitato la morte?
"A mio parere si tratta di macchinari non indispensabili. La preparazione dei farmaci viene già fatta con precisione. Ma la precisione di un trattamento non si misura da questo. Il problema, in questo caso, non è il macchinario che dosa il farmaco con precisione".