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Le dimissioni di Cammarata

Non è tutta colpa di un uomo solo



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Ora che Diego Cammarata si è dimesso, bisognerà capire chi ha sbagliato. L'ormai ex sindaco di Palermo ha usato parole che a molti sembreranno incaute, alla stregua di un'ultima provocazione. Ha parlato di spirito di servizio, di amore, di dedizione: argomenti che in punta di intimità e fantasia siamo disposti a concedere. Davvero, Diego Cammarata ha messo tutto se stesso nell'amministrare una città complessa, lo diamo come assunto. Davvero è convinto di essere stato un primo cittadino esente da rampogne e meritevole di stima. Davvero riverbera la sua personale verità, in una circostanza drammatica per la comunità palermitana. E davvero il Diego che politicamente fu potrebbe citare qualche cifra e certi giochi di prestigio per non sfigurare.

Ma la realtà è un'altra. Palermo è una città mostruosa. E' un abisso di fango e povertà. Chiunque porrà mano a un progetto futuro di risistemazione dovrà dotarsi di una vanga immensa per spalare le macerie, per costruire le fattezze di un'opinione pubblica, per curare il cancro della municipalità, patologia morale e materiale.

Una devastazione di tale portata non può invocare la responsabilità di un uomo solo. Il singolo riesce a compiere parecchie cose innominabili, però ha il limite della sua individualità. Il crimine del secolo che si è consumato a Palermo non è stato perpetrato, giorno per giorno, dall'insipienza o dalla esclusiva negligenza di un amministratore incapace. E' il frutto di una dannazione collettiva che ha registrato il contributo di tutti: di una classe dirigente inerte, di un'opposizione debole, di elettori che votano male, di cittadini che non sorvegliano la cosa pubblica. Palermo affonda, ma c'entrano pure i ridanciani & contenti, attualmente impegnati nell'emissione di sospiri di sollievo troppo impetuosi per risultare sinceri. Riconoscerlo significa preparare il domani con più saggezza e più amore.