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Le dimissioni non bastano

La sconfitta di Palermo



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Ci siamo risvegliati ancora a Palermo, sotto una fastidiosa pioggia d'acqua e consapevolezza. Diego Cammarata si è dimesso. Ma, stanotte, non è scesa dalle stelle un'astronave per portarci via. Nessuno ha ripulito le strade più di ieri. Il cuore dei palermitani è sempre indurito. Non esiste dolcezza per ingentilirlo. Non c'è tenerezza che possa ridargli fiducia. L'impazienza si manifesta nelle quotidiane lotte stradali, quando ti misuri con volti e mani contratti dalla ferocia. Tanta rabbia non può scaturire solo dal disappunto per l'ingorgo e i ritardi: quello è il sintomo del malessere. Palermo si gonfia di odio e di ira repressa ogni mattina, per la disperazione di ritrovarsi com'è: eguale a se stessa, la perenne somma algebrica di uno sfascio.

Non c'è niente da festeggiare, nel congedo di un sindaco che non ha fatto bene il suo lavoro. Non c'è alcuna esultanza da appendere come un panno colorato al balcone. Non un motivo sufficiente per ridere, se un primo cittadino ormai politicamente bollito decide di porre fine con qualche mese di anticipo a un'esperienza ormai tumulata. Brindare per l'addio di Cammarata significa riconoscere il coma profondo in cui siamo immersi. E questa felicità da mentecatti non basterà a cambiare pagina, a scrivere un nuovo libro. Non sarà il saluto di Diego a ridare sangue alle guance di una comunità avvizzita. Col nostro gaudio infantile, stiamo celebrando la sconfitta di tutti, nessuno escluso.

Ps. Un ultimo messaggio al sindaco Cammarata che torna a fare il palermitano semplice, secondo le sue dichiarazioni. In questi anni l'abbiamo criticato con asprezza, secondo noi, con ottime ragioni. Eppure lui, nonostante la durezza del nostro approccio, non ha mai reagito con un avverbio sopra le righe. Una manifestazione di signorilità umana che ha meritato la nostra stima.