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TUTTE LE "GRANE" CHE ATTENDONO IL COMMISSARIO
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E’ già cominciato il dopo-Cammarata. Le dimissioni del primo cittadino di Palermo, annunciate ma non ancora formalizzate, né comunicate al consiglio comunale, hanno scatenato il toto nomi sul commissario straordinario che verrà scelto in questi giorni dal governatore siciliano, Raffaele Lombardo, e che dovrà guidare la città fino alle prossime elezioni di primavera. Il commissario, al di là di come si chiamerà, si troverà di fronte un compito arduo, se non estremo. Società partecipate in crisi, fondo di riserva prosciugato, tagli ai trasferimenti nazionali, liberalizzazioni da attuare entro il 31 marzo e un’incognita chiamata Imu: l’eredità lasciata da Diego Cammarata al suo successore non è certo delle migliori.

Al di là delle rassicurazioni di facciata e delle rivendicazioni politiche, infatti, il bilancio di questi ultimi dieci anni presenta enormi criticità che senza un concreto aiuto da parte della Regione o dello Stato sarà difficilissimo superare. Durante la conferenza stampa di addio, l’ormai ex primo cittadino ha assicurato tutti sulla tenuta dei conti, smentito problemi di liquidità, rivendicato un basso indebitamento dell’ente e detto a chiare lettere di aver fatto tutto il possibile per le aziende del comune. “Non c’è stato nemmeno un licenziamento, mai un mese senza stipendio”, è stata la disperata difesa del sindaco. Politichese a parte, però, i numeri sono numeri e c’è poco da stare allegri. Da qui il sospetto che Cammarata abbia lasciato per evitare una nuova stagione di tensioni e scioperi, lasciando al commissario l’ingrato ruolo di parafulmine.

AMIA
Tra le società partecipate, l’Amia è quella che più di tutte desta preoccupazione. Sebbene sia sotto l’amministrazione controllata dei commissari inviati da Roma e, al contrario della Gesip, non abbia il contratto di servizio ormai in scadenza, l’azienda di piazza Cairoli è tornata nell’occhio del ciclone. I commissari, infatti, sono stati chiari: o il comune si impegna a trasferire entro l’anno otto milioni di euro, oppure sarà fallimento. E un fallimento dell’Amia comporterebbe un default dell’intero comune: per ricapitalizzare l’azienda, infatti, Villa Niscemi non ha solo messo sul piatto il 49% di azione dell’Amg, stimate in una sessantina di milioni di euro, ma ha impegnato anche alcuni dei suoi immobili. Il problema più urgente è rappresentato dai 15 milioni di perdite residue che vanno pagati entro l’anno. Un accordo prevede che Piazza Pretoria ne sborsi otto, mentre sette toccano all’Amia. Ma, accusano i commissari, la delibera del 20 dicembre scorso con cui la giunta ha impegnato gli otto milioni manca della necessaria copertura finanziaria. E se i soldi non arriveranno, l’alternativa è soltanto una: mobilità e contratti di solidarietà. Non ci sono ancora cifre ufficiali, ma i dipendenti a poter usufruire dell’accompagnamento alla pensione sarebbero appena una quarantina su duemila. Per tutti gli altri, specie per quelli di Essemme, sono previsti i contratti di solidarietà. Cammarata ha prontamente smentito la mancata copertura finanziaria, dando ampie rassicurazioni, ma il problema resta e non è il solo. Ad agitare le acque, infatti, c’è anche la vertenza con Amap circa i 175 operai che si occupano della pulizia delle caditoie. Il servizio viene pagato all’Amap ma svolto da dipendenti Amia, con una partita di giro che si conclude sempre in passivo: Amia vorrebbe quindi trasferire ad Amap i dipendenti, mentre la società per l’acqua potabile preferirebbe dare a quella per l’igiene ambientale il servizio. Una lite in piena regola, con il comune a fare da spettatore. C’è poi la questione Bellolampo: la Regione ha autorizzato l’utilizzo della discarica di Siculiana, togliendo all’Amia ingenti introiti che si vanno a sommare ai crediti (circa 38 milioni) di difficile riscossione nei confronti degli Ato di Palermo e Messina. A conti fatti, l’azienda rischia e anche molto; una situazione difficile, che ha spinto i sindacati ad annunciare, già da oggi, assemblee e proteste con buona pace della raccolta dei rifiuti.

AMAT
Qualche mese fa, gli autobus a Palermo si sono fermati: l’Amat non aveva i soldi per pagare gli stipendi. Peccato che la società per il trasporto pubblico vanti un credito nei confronti del comune di circa 140 milioni di euro. Soldi che le spetterebbero di diritto, che Palazzo delle Aquile ha pure calato in bilancio ma il problema è nella liquidità. Cammarata ha proposto all’Amat un piano di rientro: un assegno da cinque milioni ogni sei mesi, a giugno e dicembre di ogni anno, fino all’estinzione del debito, da aggiungere a quanto deve per contratto all’azienda. Una cambiale a vita, che peserà come una spada di Damocle sui prossimi sindaci e prima ancora sul commissario. Sebbene l’accordo non sia ancora stato accettato dall’Amat, che lo sta valutando, un eventuale via libera in tempi celeri costringerebbe il consiglio comunale a trovare i primi cinque milioni già dal prossimo bilancio. Se invece verrà rifiutato, il rischio è che ripartano i decreti ingiuntivi all’indirizzo del comune: decreti che manderebbero alla bancarotta le già dissetate casse di Piazza Pretoria.

GESIP
Tempi bui anche per la Gesip. La società, da tempo in liquidazione, non è più formalmente in perdita: il comune le ha assegnato più servizi in cambio di un adeguamento del contratto da 800.000 euro al mese. Peccato che il contratto scada il 31 marzo prossimo. E poi? Nessuno lo sa. I 45 milioni della Protezione civile si vanno esaurendo e del famoso tavolo interministeriale non c’è più alcuna notizia. “Ma quel tavolo era stato costituito dal precedente governo – dice il commissario liquidatore, Massimo Primavera – adesso non abbiamo più notizie. E’ da due mesi che non riceviamo notizie da nessuno. Appena si insedierà il commissario, metterò il mio mandato a sua disposizione. Voglio però sottolineare che Gesip non assume da anni, né ha fatto progressioni di carriera o nominato dirigenti. Il costo del lavoro, al contrario di Amia, non è aumentato, né c’è stato alcun adeguamento del corrispettivo”. Intanto la società ha mandato al comune un decreto ingiuntivo da 600.000 euro per il carburante del forno crematorio degli ultimi cinque anni. E pare che il sindaco stia redigendo una nota indirizzata a Monti e Lombardo proprio per sollevare, a livello nazionale e regionale, il problema della società. Ma la sorte di Gesip non è certo una novità. Già nel 2010 la giunta Cammarata stanziò per l’azienda appena 19 milioni, sufficienti per i primi quattro mesi del 2011. Una situazione che ha provocato clamorose proteste, minacce di boicottaggio al Festino di Santa Rosalia e interruzione di servizi essenziali alla città: da quelli cimiteriali alla pulizia di scuole e uffici. Poi, a furia di rinvii, rinnovi e ordinanze di Protezione civile, si è andati avanti e si continuerà a farlo. Almeno fino al 31 marzo.

LIBERALIZZAZIONI
Una data, quella del 31 marzo, che potrebbe rivelarsi nefasta per il comune di Palermo. Per legge, infatti, quello sarà il termine ultimo entro cui gli enti locali dovranno liberalizzare i servizi pubblici locali, ovvero, tanto per fare qualche esempio, il servizio idrico, quello dei trasporti o dell’igiene ambientale. Servizi finora assegnati in house, cioè a società comunali come Amia, Amat o Amap senza una gara che premiasse risparmio e qualità. Il comune dovrebbe adesso distinguere fra servizi strumentali (che potranno continuare ad essere affidati in house, come nel caso di Sispi) e servizi pubblici locali. Per questi ultimi, quelli “liberalizzabili” andranno messi a gara. In caso contrario, andrà venduto ai privati almeno il 40% delle ex partecipate. A parte la difficoltà di vendere azioni di società in perdita, a fare paura è il fattore tempo: il comune ha avviato le procedure in colpevole ritardo e aspetta ancora un parere del ministero dell’Economia che fissi i criteri della delibera quadro per cominciare a distinguere i servizi strumentali da quelli pubblici, e mancano solo due mesi e mezzo. Bandire le gare nei tempi è pura utopia. Ma cosa succederà il primo aprile? In un caso o nell’altro, che si arrivi o meno a completare le procedure, i contratti di servizio in essere decadrebbero. Quindi, in poche parole, alcune società partecipate non potrebbero più essere pagate dal comune, andando al collasso. Ma sorge anche un altro problema, ovvero quello legato alle società che svolgono sia servizi strumentali che pubblici: una sistema misto che dal primo aprile sarà vietato per legge e potrebbe portare a un rimescolamento dei servizi assegnati o a uno smembramento delle società. L’unica speranza è che il governo Monti conceda una proroga.

TENUTA DEI CONTI E AUMENTO DELLE TASSE
Ma in che stato sono i conti del comune di Palermo? Numeri alla mano, in un ottimo stato. L’ente rispetta il patto di stabilità, ha un basso indebitamento perché ha contratto pochi mutui e non rischia il dissesto. Peccato, però, che su un bilancio di quasi 800 milioni, 300 siano spesi solo per il personale diretto e altri 300 per le società partecipate, di cui sono stati bocciati tutti i budget alla loro presentazione per contenere le spese. Il comune ha debiti verso le aziende pari a 231 milioni, per non parlare dei 30 fuori bilancio. E come segnala il vicepresidente di Sala delle Lapidi, Salvo Alotta, “il dissesto ci sarà, ma sarà quello funzionale, che per una amministrazione è peggio di qualsiasi altra cosa: ovvero l’incapacità di offrire quei servizi essenziali che un comune deve garantire. Per tenere i conti in ordine, infatti, l’amministrazione Cammarata ha tagliato tutto il tagliabile e anche di più: sociale, cultura e investimenti sono ai minimi storici”. Ma a tagliare sono stati anche governo nazionale e regionale, che hanno diminuito i trasferimenti di 100 milioni l’anno negli ultimi tre anni. E l’ultima manovra, quella targata Monti, ne decurta altri 37, il che costringerà il comune ad aumentare le tasse, come certificato dal Ragioniere generale. Probabile un raddoppio dell’addizionale Irpef e un aumento di Ici e Tarsu. Nella speranza che l’iva non passi al 23%: in quel caso servirebbero altri sette milioni. Infine il fondo di riserva: l’amministrazione Cammarata lo ha prosciugato. Sarà il prossimo bilancio a doverlo rimpinguare. I continui prelievi, vuoi per il Festino o per le festività natalizie, si sono aggiunti ad un avviso di pagamento dell’Agenzia delle Entrate per un’imposta di registro legata a un procedimento giudiziario.

IMU
Capitolo a parte merita l’Imu, la nuova imposta unica municipale. Il governo Monti, infatti, ha reintrodotto l’Ici che però, per il comune, sarà un’operazione a saldo zero. Ovvero dovrà reperire dall’Ici le somme che lo Stato taglierà in aggiunta ai 37 milioni. Con la differenza che l’ente perde entrate certe, anche dal punto di vista dei tempi, per un sistema ancora tutta da creare e che potrebbe richiedere del tempo, oltre alla possibilità di comportare discrasie ed errori che allungherebbero i tempi di incasso.


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