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Da I love Sicilia: Il cacciatore

Un sabato palermitano


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, I Love Sicilia, Palermo
Al cacciatore, individuo ossessionato dalle bestie di terra e di cielo, sfuggono talvolta le dinamiche dell’aggregazione umana in un determinato luogo: i meccanismi che spingono certi gruppi di persone – accomunate da un tratto distintivo di appartenenza, seppure superficiale (abbigliamento, gestualità, parlata) – a riunirsi sempre nello stesso posto, nello stesso giorno, alla stessa ora.

Ne avrà di sicuro scritto un Bauman, facendoci il favore di scolpire la parola definitiva sull’argomento. Di mio, posso aggiungere una pagina di diario abbozzata in un momento di pausa dalle fatiche venatorie. È la descrizione di uno scenario che ho colto dal finestrino snob di un taxi, poco tempo fa.

Io scivolo dalle parti di piazza Castelnuovo, dentro un Russia 7 (o forse è un Turchia 15, non ricordo). È sabato. La piazza ribolle di qualcosa. Gente. Sono giovani. Sembrano conoscersi: stanno spalla a spalla, faccia a faccia, fianco a fianco, sebbene non mi sembra che parlino tra loro. Piuttosto, paiono sbattere l’uno contro l’altro. Dev’essere un modo di comunicare. Scorgo un cappellino modello baseball, spruzzato di strass e con la griffe cubitale. Brilla piantato in cima a una testa più larga di almeno tre misure. Lo scelgo come simbolo dell’assembramento, il dettaglio per significare il tutto. Il copricapo, infatti, si moltiplica per centinaia, tante quante sono le capocce dei giovani che formicolano attorno al palchetto della musica. Sento un urlo. Come il copricapo, lo schiamazzo si sta moltiplicando. Diventa coro, un boato. Un cappellino vola. Una zazzera si ringalluzzisce, due creste inaridite dalla lacca si fronteggiano. Uno schiaffo fa squillare una guancia. Una testata tambureggia su una scatola cranica. Il pubblico che circonda i contendenti (di cui non vedo facce, ma solo muscoli e spintoni) defluisce ora verso la fermata dell’autobus, come appresso a un santo in processione. I duellanti si spostano, ma senza smettere di scassarsi di botte. Prendo nota di un tipo di “sciarra” a me sconosciuta: quella itinerante. I visi degli spettatori bruciano di un’eccitazione veloce a morire. Qualcuno mescola un sorriso a uno sbadiglio. Qualcun altro incita alla lotta, ma senza entusiasmo. Ai cazzotti tra maschi si aggiungono quote rosa: le unghiate delle femmine. Ne nasce un diverso parapiglia, un caos che promette rinascita. Dal nodo ansimante di tatuaggi e French manicure lievita un gruppo lacoontico di tette ballonzolanti ed extension scudiscianti, e avambracci palpitanti, fino a quando il gruppo decide: appioppa nuovi ruoli a nuovi contendenti, spingendoli al centro del ring. Un ragazzo contro una ragazza. Lui le smolla una noccata sulla spalla. Lei lo piega con un colpo di tallone su un fianco.

Ora Russia 7 o Turchia 15, impassibile, mi porta via. Lo specchietto retrovisore mi regala il finale della rissa. Hanno già smesso per prepararsi a ricominciare.

Piazza Castelnuovo non è mai stata Pont Neuf, ma in una vita precedente io ero abituato a vederci qualche innamoratino di Peynet, o al limite un Turiddu e una Lola in versione pasoliniana. Dev’essere successo qualcosa, nel frattempo. Dev’essere passato il Signore delle mosche, tra via Dante e il palchetto dei Florio, e io mi sarò perso un paio di capitoli.