Feto morto: due condanne - Live Sicilia

Feto morto: due condanne

Non si accorsero che il feto, già di nove mesi, aveva difficoltà respiratorie e ne causarono la morte: per interruzione di gravidanza sono stati condannati a 4 mesi di carcere due medici del reparto di Ginecologia dell’ospedale Ingrassia di Palermo, Mario Accardi e Alfonso Carmina. Assolti, invece, il terzo medico indagato, Giuseppe Gulì e gli ostetrici Giovanni Ricotta, Giovanna La Susa, Matteo Giaccone e Antonino Lorello. Ai genitori della piccola, venuta alla luce morta, difesi dagli avvocati Fabrizio Biondo e Giuseppe Piazza, è stata liquidata una provvisionale immediatamente esecutiva di 5mila euro.

La vicenda risale al 19 ottobre del 2005. La madre della piccola, paziente di Accardi, va in ospedale per partorire. La donna viene sottoposta a un primo tracciato che, a dire del ginecologo, non presenta anomalie; stesso esito ha il secondo esame. Nel pomeriggio la puerpera comincia ad avere le contrazioni, ma nel reparto intanto c’é un altro medico, Carmina, che la rassicura dicendole che non è ancora arrivato il momento del parto e che deve attendere. In serata le contrazioni diventano più forti e la donna, col marito, si fa fare un terzo tracciato che accerta la morte del feto. Decesso confermato dall’ecografia fatta da Gulì. I genitori della piccola nata morta presentano denuncia: vengono indagati i tre medici che hanno visitato la donna e 4 ostetrici del reparto. Una prima consulenza della Procura esclude la colpa dei sanitari e sostiene che la bimba aveva una malformazione al cordone ombelicale non era diagnosticabile attraverso l’ecografia. Il pm chiede l’archiviazione, ma il giudice, non convinto, ordina nuove indagini. Da qui una seconda consulenza che arriva a conclusioni diverse: il feto aveva sì un’anomalia al cordone ombelicale, posizionato in modo che, con le contrazioni, si avvolgeva fino a soffocare la bimba, ma la sofferenza respiratoria era evidente fin dal primo tracciato. Un monitoraggio costante, attraverso altri esami, secondo i consulenti, avrebbe confermato i sospetti di ipossia e costretto i sanitari a un parto cesareo che avrebbe evitato la morte. Il feto, infatti, sarebbe morto dopo due ore di agonia: tempo sufficiente per un parto d’urgenza.


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