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COMUNE DI PALERMO

Conti in rosso e rischio dissesto
L'unica via d'uscita è aumentare le tasse



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Il comune di Palermo deve aumentare le tasse, non c'è alternativa. Nel bel mezzo della guerra di cifre sui conti del capoluogo siciliano, che per l'ex sindaco Diego Cammarata sarebbero in ordine, arriva una pesantissima nota della Ragioneria generale che indica chiaramente come l'unica alternativa al dissesto sia il raddoppio dell'Irpef, dallo 0,4 allo 0,8%, e l'applicazione al massimo dell'Imu che prenderà il posto dell'Ici, per un totale di 115 milioni di euro di incasso. Provvedimenti che, si legge nella relazione, “devono ritenersi un atto obbligato, sottratto alla discrezionalità amministrativa, in mancanza dei quali il comune sarebbe inopinatamente precipitato al dissesto finanziario, con tutte le conseguenti pesanti ricadute sul personale dipendente, sugli amministratori, nonché sul territorio, sia in riferimento alla cittadinanza che ai creditori”. A prescindere, insomma, da chi sarà il prossimo sindaco.

Un bollettino di guerra, in poche parole, che non si ferma qui. Secondo le previsioni degli uffici, l'Imu dovrebbe portare un gettito nel 2012 di quasi 65 milioni di euro, di cui 13,6 dalle prime case e quasi 30 dalle seconde, a fronte di diminuzioni dei trasferimenti nazionali e regionali che per il 2012 arrivano a 94 milioni, che diverranno 105 sia nel 2013 che nel 2014. Brutte notizie anche per il Coime: per quest'anno il comune dovrà uscire di tasca propria “solo” tre dei 27 milioni necessari, ma dal prossimo anno gli operai edili dovranno ricevere gli stipendi solo da Palazzo delle Aquile.

La soluzione, quindi, passa dall'aumento delle tasse e dal taglio delle spese, a cui dovrà aggiungersi “l'attivazione di un addizionale opzionale di 0,10 euro per metro quadrato” per la Tarsu. L'Imu, secondo il Ragioniere, dovrebbe essere portata al sei per mille sulle prime case e al 10,6 per mille sulle seconde.

Passiamo alle partecipate, la cui situazione è nota da tempo. Serviranno quasi 100 milioni solo per le aziende, così suddivisi: otto per Amia, 71 per Gesip e 20 per Amat. Soldi che, attenzione, dovranno essere strutturali, cioè non una tantum. Se ciò non verrà fatto, sarà il dissesto, il che comporterebbe non solo l'aumento delle aliquote, ma anche la messa in mobilità dei dipendenti ritenuti in eccesso, l'incandidabilità dei consiglieri uscenti che hanno votato gli atti alla base del crack e il taglio dei debiti verso terzi.

Ma, al di là dei proclami di alcuni candidati, è bene precisare che la procedura di dissesto non è immediata, né scontata. Prima il Ragioniere dovrebbe presentare uno schema di bilancio che certifichi il disequilibrio; poi il consiglio avrebbe 30 giorni per correre ai ripari tagliando tutto meno che le spese essenziali (come ad esempio l'anagrafe, il servizio elettorale, la polizia locale, la protezione civile, il servizio idrico e di igiene ambientale, l'illuminazione pubblica), sacrificando settori come il sociale e la cultura. Paradossalmente, in linea puramente teorica, anche le società partecipate potrebbero essere tagliate. In pratica, l'unica causa del dissesto potrebbe essere l'incapacità di pagare gli stipendi o i debiti eccessivi. Insomma, una procedura lunga che, anche se avviata, andrebbe ben oltre il sei maggio. Anche perché ai consiglieri basterebbe dimettersi per evitare ogni rischio.