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DA I LOVE SICILIA IN EDICOLA VENERDI'

Il fascino perduto della borghesia


Dal prossimo numero di I love Sicilia, in edicola da venerdì 2 marzo, la rubrica "L'Infelice" di Felice Cavallaro

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Capita di leggere che fra i mali della Sicilia campeggi pure l´assenza di una vera borghesia. E forse hanno ragione gli studiosi che, analizzando la storia dell'isola, parlano del salto da una colpevole aristocrazia, diciamo così, campagnola o feudale, ad una controfigura di borghesia un po' cialtrona raffigurata negli anni Sessanta perfino dai carrettieri trasformati in palazzinari mafiosi. Ma, pur dando per verosimile questo sintetico e impreciso contesto, sarebbe grave omissione non ricordare quanti hanno resistito proiettando nella loro terra e coltivando nella loro vita una educazione culturale che li ha difesi dall'assalto di iene e sciacalli subentrati ai gattopardi e che ha tutelato l'intera comunità lasciando un lumicino acceso nel tunnel in cui spesso una città come Palermo è precipitata.

Faccio questa premessa per ricordare una gran donna appena scomparsa, Giovanna Giaconia, simbolo di una borghesia perbene, esemplare figura di protagonista civile capace di alimentare quella fiammella anche quando la mafia s´abbatté con sanguinario delirio sulla sua esistenza, uccidendole sotto casa il marito, Cesare Terranova, il magistrato crivellato dai corleonesi nel 1979 con il maresciallo Lenin Mancuso.

Amava il bridge e le buone letture, sfilava nei cortei e conservava il piacere di apparecchiare una tavola raffinata per gli amici di sempre, si prodigava per chi aveva sofferto come lei e rimpiangeva, per dirla con Rosario La Duca, la città perduta in cui era nata. Quella della palazzina liberty che resiste in via Libertà, all'altezza di via Rutelli. Due piani che dovevano diventare dodici. Come avrebbe voluto chi distrusse le altre preziose residenze vicine lasciandoci i grattacieli di oggi.

Già allora c´era chi diceva no. Ed è grave che la scomparsa di Giovanna Terranova, come tutti la chiamavano con il cognome del marito, sia passata quasi inosservata negli ultimi giorni di gennaio. Poche righe e via. Senza memoria per le sue sofferenze, le stesse della città poi soffocata dalla mafia per altri decenni. E senza memoria per quanto di buono sia cresciuto nel tormento di vicende che hanno impresso un marchio esistenziale su tante generazioni.

Una memoria che mi riporta al 1980 quando lei si presentò davanti a Sandro Pertini con Rita Bartoli, altra vedova di mafia, vedova del procuratore Gaetano Costa. E insieme presentarono al Capo dello Stato l´appello che donne siciliane, campane e calabresi rivolgevano alle istituzioni perché fosse incentivata la lotta contro le mafie. Primo nucleo dell'"Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia" che la Terranova presiedette. In sintonia con altre venute fuori da quella borghesia vogliosa di impegnarsi, di cambiare, di non lasciarsi contagiare. E basta fare l´esempio di una acuta giornalista, Giuliana Saladino, o di protagoniste ancora impegnate come Mariam Mafai o Marina Marconi.

Si devono a loro e a tante altre le catene umane, le lenzuola stese ai balconi dopo la strage di Capaci, un moto di coscienza civile espresso in manifestazioni, convegni o anche in semplici comportamenti quotidiani. E´ il caso di Giovanna Terranova o della sua sorella più grande, Maria, oggi soave centenaria, pressoché ignorata dalla città dove pochi sanno che meriterebbe un encomio almeno grande come la sua villa di via Notarbartolo, quasi di fronte al famoso Albero Falcone. Un fazzoletto di verde e un gioiello architettonico risparmiato all'assalto dei palazzinari. Resistendo alle tentazioni degli affaristi pronti a comprare, abbattere, edificare. Come accadde tutt'intorno, lasciando, appunto, come simbolo una magnolia, quell'albero risparmiato alla rovina di giardini estesi da villa Trabia a villa Sperlinga, fino ai Colli. Resistendo ad una urbanizzazione selvaggia e alla mafia che la guidava. Come ricorda quel muro di cinta della villa di Maria Giaconia rappezzato ogni volta perché le bombe lo sbucciavano di volta in volta.

E dentro c´era lei, la signora Maria, minuta, elegante e forte, Ninni per amici e parenti, con il suo testardo e determinato consorte da tempo scomparso, il marchese Gaetano Pottino. Ricorda i botti notturni. E la telefonata a Cesare Terranova che arrivava con il suo consiglio. Resistere, Non piegarsi.

Ricordi ancora più lontani sono quelli di Ninni, giovanissima sposina, si affacciava su via Notarbartolo, deserta, solo qualche carrozza di tanto in tanto, scambiando qualche parola con la dirimpettaia, la proprietaria della villa di fronte. Identica, bellissima. Ma abbattuta. Perché adesso potete vedere solo un palazzone di dieci piani sopra il bar Ciro´s. Un´area con sei palazzi tutt'intorno. Da via Lo Jacono a via Nunzio Morello, da via Notarbartolo a via Gioacchino Di Marzo dove è rimasta, minuscola e soffocata, solo la chiesetta un tempo inserita nel contesto della dimora, fra aiuole, fontane e viali alberati sepolti dal cemento.

Erano i ricordi ascoltati da Giovanna Terranova con tenerezza per la sorella anziana che avrebbe voluto proteggere e che invece le sopravvive. Invisibile, per tanti, per troppi smemorati che passano dal tunnel di via Notarbartolo senza far caso alle chiome di quegli alberi che qualcuno ha protetto lasciando accesa la fiammella nel tempo dello tsumani mafioso. Quando a Palermo c´erano gli operai e le tute blu. Quando arrivava l´eco dei movimenti contadini e la cultura del lavoro rimbalzava in città dai labirinti delle miniere. Quando c´era una figura di intellettuale borghese che ne esaltava il messaggio, le qualità, la tendenza libertaria all'eguaglianza e al rifiuto della sopraffazione. Una figura spesso coniugata qui al femminile. Ricordandolo, forse Palermo potrebbe scoprire da dove ripartire.