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La procura ha chiesto il fallimento

L'impegno di Falck per salvare
la Pea dal crack


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L'impegno a pagare i debiti tranne quelli contratti con i soci, la rinuncia agli interessi sui crediti e l'intenzione di ricapitalizzare la società: sono le offerte avanzate dal gruppo Falck nel corso del procedimento che dovrà decidere sul fallimento della Pea, la società che avrebbe dovuto realizzare uno dei termovalorizzatori progettati per risolvere l'emergenza rifiuti in Sicilia. L'azienda, i cui soci di maggioranza sono la Falck e l'Amia, partecipata del Comune, ha debiti per oltre 44 milioni di euro ed è in stato di insolvenza: il pm Geri Ferrara, nei giorni scorsi, ne ha chiesto il fallimento. L'Amia, che è in amministrazione straordinaria e sull'orlo del fallimento, non contribuirà economicamente al tentativo di salvare la Pea, ma ha rinunciato a richiedere le somme di cui è creditrice verso l'azienda almeno fino alla definizione della controversia che questa ha con la Regione. I giudici valuteranno le offerte e decideranno sul fallimento il 23 maggio. Al crack economico della Pea si aggiunge un'inchiesta per falsi in bilancio che sarebbero stati commessi dagli ex amministratori, coordinata dallo stesso Ferrara. Sette gli indagati tra i quali Orazio Colimberti, ex direttore generale dell'Amia già condannato a due anni e 6 mesi per falso in bilancio e false comunicazioni sociali. La Pea nasce dall'associazione temporanea di imprese che, nel 2004, vinse la gara e si aggiudicò la convenzione con la Regione per la costruzione dell'impianto di smaltimento dei rifiuti a Bellolampo. Ma nel 2007 la corte di Giustizia Europea annullò la gara per difetto di pubblicità. Nel 2009 il nuovo bando che, però, andò deserto. Nel 2010 la Pea, che aveva esaurito il suo scopo, venne messa in liquidazione. In 6 anni l'unica opera realizzata dalla società, a fronte di oltre 44 milioni di euro spesi per studi di progettazione e consulenze legali, è stato lo sbancamento dell'area destinata al termovalorizzatore mai costruito.