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MESSINA

La Dia sequestra beni per 30 milioni
agli imprenditori La Monica


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Società, beni mobili e immobili, conti correnti: il tutto illecitamente realizzato con il supporto della mafia. E' questa l'accusa mossa dalla Procura di Messina nei confronti dei fratelli Antonino e Tindaro Lamonica, rispettivamente di 46 e 53 anni, imprenditori nel settore calcestruzzo ed edile di Caronìa. La Dia, Direzione Investigativa Antimafia, di Messina ha eseguito ieri, su disposizione del sostituto procuratore della Dda, Vito di Giorgio, il sequestro del patrimonio addebitabile ai fratelli Lamonica, valutato in 30 milioni di euro.

Secondo le risultanze investigative, i due imprenditori avrebbero nel tempo compiuto un'anomala ascesa imprenditoriale, attraverso un consolidato gruppo con interessi anche extra-regionali e un fatturato di oltre 2 milioni di euro l’anno. Ma le indagini accertarono che, tra il 1991 ed il 2009, Antonino Lamonica denunciò redditi di gran lunga inferiori ai suoi reali possedimenti. 690mila euro lo sbilancio registrato in negativo. Quasi lo stesso del fratello Tindaro: 683mila euro. Per la Dda, inoltre, il gran numero di subappalti nelle opere pubbliche che i Lamonica si aggiudicavano avevano una chiara matrice mafiosa. Erano personaggi stranoti alla magistratura, i due imprenditori di Caronìa. Già indagati nell'ambito delle operazioni S.Lorenzo (del 99'), della Procura di Palermo, e Montagna (2007), di quella di Messina, perché ritenuti strettamente collegati alla famiglia mafiosa di Mistretta, furono assolti. Solo il processo scaturito dall'operazione Barbarossa ( del 99') inchiodò a anni e sei mesi di carcere, in primo grado, Antonino Lamonica. Sempre assolto, invece, Tindaro, divenuto anche consigliere del Comune di Caronìa.

E a proposito del paesino dei Nebrodi: la tratta di autostrada che lo interessò nel decennio scorso - secondo l'accusa - rappresentò il vero business dei fratelli Lamonica. Fu un pentito palermitano, Ruggero Anello, a svelare agli inquirenti che portarono a termine l'operazione antimafia San Lorenzo, come le propaggini di Cosa Nostra si fossero estese sul territorio messinese, sulla zona dei nebrodi, appunto. Le famiglie mafiose di Mistretta e Tortorici strinsero un patto con la “grande madre” palermitana – raccontò Anello – attraverso un'equa spartizione dei territori di competenza venne stabilita l'alleanza criminale, ed alla base dell'accordo c'era proprio la grande arteria che stava per nascere, che doveva unire Palermo a Messina: la A20. Con appalti che venivano aggiudicati a grandi imprese, si procedeva poi alla concessione dei subappalti, e qui, a farla da protagonisti, furono proprio i due Lamonica. “Elemento di spicco nelle trattative per la concessione era Giuseppe Lo Re, capo mandamento della famiglia di Mistretta” - ha detto il procuratore capo di Messina, Guido LO Forte - “uno che imponeva ai consorzi la ditta che doveva fornire il calcestruzzo o il movimento terra. Sempre la stessa: quella dei Lamonica.”

Una “raccomandazione” che fruttò, negli anni - secondo quanto stabilito dalle indagini- una messe continua di lavori alle società dei due fratelli di Caronìa. Dopo i lavori per la A20, arrivò anche la realizzazione del metanodotto. E, dopo ancora, i due si spinsero anche nel settore delle costruzioni e dell'eolico, in Sicilia e in altre regioni. Antonino Lamonica recentemente è stato arrestato per reati ambientali in relazione alla discarica di Tripi.

Adesso la Dia ha messo sottochiave i capitali sociali e i beni di cinque società, tutte operanti nell’edilizia ed annesso impianto per la produzione di calcestruzzo. Si tratta della “Co.Ge.G.A.M. S.r.l.”, della “Eco Serv S.r.l.”, della “Lamonica Giuseppe S.r.l.” e della “Lamonica Costruzioni s.n.c. di Lamonica Giuseppe & figli”, tutte con sede a Caronia, nonché della “S.A.P. - Società Appalti Petrano – S.r.l.”, con sede legale a Cagli. Sequestrati anche 13 appartamenti e due terreni di notevole estensione nel comune di Caronia; 50 veicoli; macchine operatrici, autocarri ed autobetoniere; numerosi rapporti bancari e polizze vita. Valore stimato circa 30 milioni di euro.