Live Sicilia

Da I love Sicilia in edicola

Vediamoci al centro


Dal numero di I love Sicilia in edicola pubblichiamo la rubrica "Ccà ddà ddocu" di Gianfranco Marrone

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gianfranco marrone, I Love Sicilia, I Love Sicilia
“Vediamoci al Centro”, mi pare dica la sparatissima pubblicità del nuovo centro commerciale Conca d’oro, appena aperto a Palermo. Il gioco di parole del pubblicitario che si sente spiritoso è a prima vista snervante. È arcinoto a tutti, infatti, che, se un giorno in quel luogo ci vedremo, sarà nella brulla periferia, mica tra i fasti delle piazze con i teatri o nei boulevard con le signore ingioiellate.

A meno che, come spesso la lingua usa fare, la frase in questione non tenda a creare il mondo piuttosto che a capovolgerlo. E, così facendo, a inverare quel che, a dispetto d’ogni geometria e geografia, la nostra società dei consumi fa da tempo: il vero centro s’è spostato in periferia. Così è sempre stato negli Usa, dove i centri cittadini (che lì chiamano downtown) raccolgono solo uffici, mentre i negozi stanno tutti nei giganteschi mall allocati in prossimità di orridi svincoli d’autostrada. E così è ormai dappertutto, dato che la gente usa gli scintillanti luoghi commerciali per socializzare, andare a passeggio, passare il tempo libero, far giocare i bambini. Neutralizzando ogni opposizione fra spazio privato e spazio pubblico.

Insomma, sappiamo tutti che da qualche anno a questa parte, mentre nel resto del mondo chiudono, a Palermo aprono tanti centri commerciali: tutti uguali, tutti resistibili. Trasformando non solo le rotte dei consumatori incalliti, ma più in generale i ritmi degli spazi urbani, i flussi di auto e di persone, le concentrazioni del potere e del denaro. Non so quanto dureranno, non voglio sapere chi e cosa c’è dietro. So di certo che un problema lo stanno ponendo: che farne del centro città ormai vuoto, delle botteghe in disuso, delle saracinesche abbassate, dei marciapiedi deserti? Piuttosto che lamentarci e lamentarci (cosa su cui siamo bravissimi), proviamo a pensare a questa trasformazione economica come un’opportunità esistenziale, una sfida urbanistica e sociologica, un problema politico. Senza aspettare nostalgicamente – o auspicare ipocritamente – il ritorno prossimo futuro dei negozi presunti normali.