Le firme

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Da "I Love Sicilia"

Le stragi del 1992: basta scenari,
adesso vogliamo sentenze


A vent'anni dagli eccidi di Capaci e via D'Amelio Cavallaro chiede che sia finalmente fatta luce sulle responsabilità penali dietro i 57 giorni che scossero l'Italia.

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Sarò sgradevole, ma non me la sento di scivolare nella retorica dei vent’anni celebrando il ricordo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Francesca Morvillo e dei loro agenti di scorta senza sottolineare che tanti investigatori e magistrati andrebbero bocciati per gli errori commessi. A cominciare dall’insistenza nel tratteggiare o “immaginare” oggi, nel 2012, possibili scenari e contesti del 1992, senza nulla aggiungere a quanto già scrivono nei loro articoli giornalisti spesso approssimativi.

Che non abbia funzionato il sistema investigativo e giudiziario nel suo complesso, lo ammette il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari in un libro appena pubblicato da Maria Falcone con Francesca Barra. Lo conferma dopo avere guidato la coraggiosa revisione che ha portato alla scarcerazione di 7 ergastolani ingiustamente condannati in Cassazione per la strage di via D’Amelio. Ma su questo s’impone una riflessione piena, mentre il 23 maggio torna il Capo dello Stato nell’aula bunker dove non mancheranno pure investigatori e magistrati spesso protagonisti di errori e chiacchiere.

Mi si perdoni la crudezza, ma letti quasi tutti i libri prodotti negli ultimi anni da magistrati che sembrano diventati sociologi e psicologi, se non storici, resto di sasso davanti al riproposto replay su scenari, contesti, ipotesi, ombre, dubbi, in una parola “sospetti”, rovesciati su carabinieri e mister X dei servizi segreti, questori e generali, ministri e potenti, intrallazzatori e figuri in cerca di carriera.

Che dietro le stragi ci siano “ombre inquietanti di apparati infedeli dello Stato” sembrano certi i pubblici ministeri che a marzo hanno incriminato quattro mafiosi dopo avere liberato quelli già condannati all’ergastolo con i processi viziati da depistaggi compiuti all’interno delle forze investigative. Ma, nonostante il gran parlare che si fa delle complicità dei cosiddetti “soggetti esterni a Cosa Nostra”, sono proprio i magistrati di Caltanissetta a dire che non sono state individuate “responsabilità penali”, che non sono emersi “elementi di prova utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati da sottoporre al vaglio di un giudice”. Finendo però per sottoporre tutto e tutti al vaglio di giornali e opinione pubblica.

Bisognerà ovviamente anche attendere l’esito di alcuni processi in corso a Palermo, ma quando nel libro citato si parla di “poteri occulti, anche politici”, la risposta di Lari è netta. “Allo stato la risposta deve essere negativa”, dice, perché “non sono stati raggiunti elementi di prova certi che possano consentire l’utile esercizio dell’azione penale”. Ma lo stesso Lari aggiunge che sono ancora in corso indagini sulla “eventuale responsabilità di soggetti esterni a Cosa Nostra” nell’ambito di “una convergenza di interessi politico-criminali tra poteri occulti da una parte e Cosa Nostra dall’altra”.

Torniamo così alle ombre, al contesto, allo scenario, quindi al sospetto. Ma che cosa raccontiamo a Rosaria Schifani, tanto per fare il nome di uno dei familiari di chi ha perduto gli affetti più cari nella voragine di Capaci e nel disastro di via D’Amelio?

Potrà accontentarsi di “contesti” lei che a 22 anni, dal pulpito di San Domenico, pur non attrezzata come un magistrato, pregò di fare giustizia per tutti coloro che avevano dato la vita per lo Stato? E fece echeggiare più di una volta la parola Stato, con tono di rimprovero. Indicando così tutti i dubbi sulla mano interna, sulle complicità eccellenti o occulte: “Perché ci sono anche qui dentro i mafiosi”.

Cosa fece Rosaria? Tratteggiò uno scenario, aggrappata al suo intuito. Ma possiamo oggi sostanzialmente ripetere solo le stesse frasi di Rosaria? Possono investigatori e magistrati, equipaggiati con strumenti che vanno ben oltre il semplice intuito, riproporre anche loro, vent’anni dopo, scenari e contesti, senza essere più concreti?

Meglio continuare a indagare silenziosi, colpendo al momento giusto i veri responsabili, codici alla mano. Senza lasciarsi condizionare dai tempi degli anniversari, dalle vetrine delle librerie e della Tv. Cercando di dirci finalmente cos’era davvero la “trattativa”. Un patto scellerato o lo sconsiderato tentativo di un obliquo approccio investigativo? Frutto di un’operazione compiuta da un chirurgo che sbaglia o che usa il bisturi per uccidere deliberatamente? Incapacità o complicità?

Beh, basterebbe questo dubbio per chiedere a qualcuno di farsi da parte. Ma anche a chi in questi anni ha indagato e ricopre oggi ruoli di primissimo piano negli apparati investigativi e giudiziari. A meno che ci accontentiamo del capro espiatorio o magari di rovesciare ogni responsabilità su qualcuno già morto di cancro come è accaduto al disinvolto questore Arnaldo La Barbera al centro del presunto depistaggio del pentito fasullo, lo sciagurato Scarantino. Parliamo dello stesso La Barbera ricordato nel 2003, ad un anno dalla scomparsa, in una affollatissima Chiesa del San Salvatore a Palermo dalla famiglia attorniata dal Capo della polizia dell’epoca e da tutti i dirigenti del Viminale, da decine di magistrati in servizio allora e oggi, lodato e rimpianto da ministri e rappresentati di tutte le forze investigative.

Per celebrare davvero Falcone, Borsellino e tutte le vittime di un antistato che a volte sembra Stato occorre andare oltre, essere più concreti, codici alla mano, ma senza bisogno di tratteggiare contesti. Perché nelle carte giudiziarie non vorremmo trovare solo “scenari”.