L'ombra della mafia su Telesud| Annullata la confisca della tv privata - Live Sicilia

L’ombra della mafia su Telesud| Annullata la confisca della tv privata

I supremi giudici hanno annullato, senza rinvio, la confisca dell'emittente televisiva palermitana. Il proprietario, Antonino Vallone, era stato condannato per favoreggiamento alla mafia. Oggi non è più socialmente pericoloso.

Sentenza della Cassazione
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Telesud torna ai proprietari. La Corte di Cassazione che annullato, senza rinvio, la sentenza di confisca dell’emittente televisiva palermitana. Antonino Vallone e i figli Roberto, Michele, Rosalia e Francesco -, però, non esultano. Il canale 65, nel frattempo, è stato venduto dall’amministratore giudiziario. Adesso i proprietari incasseranno i soldi che però, ci dice Roberto Vallone, “non basteranno per pagare i debiti. Proveremo ad affittare un canale digitale per ricominciare, ma sarà dura. Prima del sequestro la televisione andava bene. Poi, è stato l’inferno”.

Ripercorriamo la vicenda su cui è pesantissima l’ombra della mafia. Antonino Vallone viene arrestato il 22 giugno del 2000 all’aeroporto di Punta Raisi, appena sbarcato da un volo proveniente da Milano. Poi, arriva la condanna del tribunale di Padova per avere favorito la latitanza dei fratelli Graviano durante la permanenza dei capimafia di Brancaccio nel Nord Italia. Quindi scatta il sequestro dei beni. In primo grado nel 2008, il Tribunale per le misure di prevenzione di Palermo, respinge, però, la proposta di sorveglianza speciale per Vallone e dice no al sequestro. Secondo i giudici, seppure in presenza di “apprezzabili elementi indiziari di pericolosità sociale, i fatti emersi erano risalenti nel tempo”. La pericolosità sociale non era più attuale.

In appello la sentenza viene ribaltata. Il 2 maggio dell’anno scorso Vallone diventa un sorvegliato speciale. A lui e ai suoi familiari vengono sottratti Telesud, la cui sede è in via Claudio Domino, le quote di altre società, alcuni rapporti bancari, un magazzino in via Castelforte e un appartamento in via Eleonora Duse.

Ma quali sono gli “elementi apprezzabili” della pericolosità sociale di cui parlando i giudici? Antonino Vallone ha ospitato, a Padova, Filippo, Giuseppe e Benedetto Graviano. Siamo nel ’93, negli anni delle stragi in Continente. Il collaboratore di giustizia Fedele Battaglia raccontò pure che Vallone aveva investito i soldi dei Graviano nell’acquisto di una rivendita di carni. Non solo, nel 1999, riferì sempre il pentito, Vallone si era rivolto al capomafia di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, per riscuotere un credito. Un altro collaboratore, Tullio Cannella, aggiunse che Vallone, durante una campagna elettorale, aveva messo la sua emittente televisiva a disposizione di Sicilia Libera, il movimento politico voluto da Leoluca Bagarella dopo l’arresto del cognato Totò Riina. Che ci fossero i soldi della mafia dietro Telesud, dissero gli investigatori, veniva confermato anche dal fatto che i redditi di Vallone non giustificavano gli investimenti, 330 milioni di lire in tutto, operati nel capitale sociale di Telesud.

Tutti episodi alla base della condanna per favoreggiamento subita da Vallone, ma che, secondo i supremi giudici, non giustificano un quadro attuale di pericolosità sociale. Il merito è degli avvocati Roberto Genna e Marcello Montalbano che hanno presentato il ricorso in Cassazione. Sono stati loro a sostenere che “Vallone è stato condannato ben 14 anni fa” che “non risulta da alcun atto giudiziario” che Vallone abbia fatto parte della mafia. Ed ancora, che i collegamenti con i Graviano si sono dissolti nel 1993, quando questi furono arrestati, che Battaglia è detenuto da 13 anni e non è in grado di raccontare episodi recenti.

Alla luce delle tesi difensive, i giudici della prima sezione della Cassazione hanno di nuovo passato in rassegna le accuse nei confronti di Vallone e ora scrivono: “Tale quadro sicuramente significativo di una disponibilità a favore di soggetti mafiosi – mai tradottasi pealtro in una vera e propria appartenenza – non può oggi, a distanza di oltre dieci anni, giustificare in termini dimostrativi la pericolosità sociale”. Per dare forza alla loro tesi aggiungono che che Vallone, nel frattempo, ha dovuto vendere un appartamento per problemi economici, ha subito un fallimento, ha patteggiato una condanna per bancarotta ed è tornato a fare il macellaio. “Eventi questi che – si legge nella sentenza – sembrano delineare un percorso svincolato dalle consorterie mafiose”.

Un passaggio della sentenza, più di altri, concentra il senso della decisione: “…a fronte di questa realtà, così come emergente dagli atti, l’aver riconosciuto Antonino Vallone come soggetto oggi pericoloso e quindi l’aver ritenuto sussistente il presupposto per la emissione di misure di prevenzione configura un’evidente violazione di legge, insanabile, che impone l’annullamento del decreto impugnato, senza rinvio.”


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