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Se il sipario si alza
su uno scempio legalizzato


Uno splendida serata di danza con Roberto Bolle (in una foto d'archivio) in uno scenario unico come quello del Castello a mare. Ma guai a volgere lo sguardo oltre il Castello. La riflessione di Felice Cavallaro, nella sua consueta rubrica "L'Infelice" di I love Sicilia

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Nello splendido scenario del Castello a mare dove chi ha organizzato lo spettacolo di danza con Roberto Bolle come star ha regalato a Palermo una serata magica, una cosa sola stonava. Ti guardavi intorno quel sabato sera di fine luglio e ti sentivi liberato, come accadde l’anno scorso per il concerto di Sting, del muro di catapecchie e capannoni abusivi per decenni tirati su nell’ignavia di amministrazioni complici o assenti. Finalmente scorgendo il profilo delle barche di una Cala liberata grazie a chi ha amministrato l’autorità portuale, non il Comune.

Ma guai a volgere lo sguardo sulla destra, oltre il Castello, perché allora sbattevi e sbatti contro lo scempio legalizzato, divenuto invisibile consuetudine nella Palermo per troppo tempo ingrassata da mafia e politica. Mi è parso di cogliere un incredulo stupore, un cenno di disgusto, nello stesso Bolle durante le prove della sera prima guardandosi intorno senza capire come un castello sul mare fosse stato privato, da una parte, del mare e si ritrovasse, dall’altra, soffocato da un palazzone di otto piani con i panni stesi, i neon accesi sui balconi, le finestre come occhi cattivi sfoderati con vista mozzafiato per chi in quegli appartamenti vive. Con oscena tragedia per chi, giù, al centro di un prezioso bene monumentale, nel cuore di un teatro all’aperto, si aspetterebbe ben altra quinta, ben altro fondale.

Ne parlo ricordando un’antica conversazione avuta con Emilio Arcuri, un tempo assessore al Centro storico di un’amministrazione sempre guidata da Leoluca Orlando e dallo stesso sindaco richiamato adesso in servizio operativo per la sua nuova primavera, pardon, per la sua estate, come presidente del Gas. Ignoro le competenze legate alla nuova chiamata, mentre ricordo un grande attivismo di Arcuri sul fronte dell’edilizia con buoni risultati nella Palermo devastata dai barbari, soffocata da palazzoni costruiti senza lasciare spazio per le strade. E basta aggirarsi dalle parti della Statua, anche in via Littore Ragusa, ovvero nelle parallele di viale Strasburgo, per capire quanto niente importasse ai palazzinari di don Vito Ciancimino di un ordinato sviluppo urbanistico.

Non dimentico un’intervista da me fatta al suo assessore all’Urbanistica, il socialdemocratico Giacomo Murana, quando autorizzò la costruzione di quell’osceno palazzo sulla piazza di Mondello Valdesi, chiamato “amore di mare”, piantato sulla Sirenetta, un tempo elegante ritrovo per concerti di grandi nomi, da Gaber alla Vanoni, ridotto a bottega per scommesse, un condominio con famigliole felici di affacciarsi sulla spiaggia a fatica liberata dalle cosiddette capanne.

Ma signor Murana come ha fatto ad autorizzare questo scempio e quello dell’Addaura dove stanno costruendo un altro orrendo caseggiato?, chiesi alla fine degli anni Settanta. E quello sciagurato ebbe l’ardire di rispondere che era tutto in regola perché il suo assessorato era “una casa di vetro”. Parola di un assessore cieco. Sì, non vedente. Scelta perfetta per quei tempi.

E, ragionando di quella città con Emilio Arcuri, tanti anni dopo passato dal movimento studentesco del Sessantotto alle stanze del potere, provammo a immaginare delle soluzioni. Anzi, provò lui, parlandomi della necessità di cominciare a pensare, pur con cautela e senza creare allarme, di un piano demolizioni per salvare Palermo. E ragionavamo proprio dei disastri della nuova Palermo, dell’assalto di palazzinari e complici alla Ciancimino, della necessità di aprire varchi, di restituire polmoni a una città asfissiata dal traffico, di abbattere immobili.

Chiaro che non se ne fece niente. Ed è chiaro che Arcuri da presidente del Gas difficilmente potrà occuparsene. Ma a quella conversazione ho ripensato scrutando la sconcia quinta che offende il Castello a mare, illudendomi che qualcuno possa pensare a salvare un’area della città demolendo invece di costruire.

Ma, riflettendo meglio, come può venire in mente questa pazza idea, un’assurdità del genere, in una città dove perfino la Chiesa se ha un’area libera da donare alla comunità, come l’aveva su via Maqueda, all’altezza di via dei Giovenchi, di fronte a via Bari, invece di pensare a farne giardino o struttura non invasiva ci costruisce sopra un altro palazzone? Ovviamente in regola. Sempre in modo legale. Come accadeva allora. Sotto qualsiasi fede.