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L'ex dirigente rosanero resta in carcere

Termini di carcerazione scaduti
Non per Giovanni Pecoraro


Scarcerati gli indagati per un giro di scommesse clandestine su calcio e lotto. Giovanni Pecoraro e il cognato Giampiero Specchiarello restano in cella: sono accusati di riciclaggio e intestazioni fittizie di beni.

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I termini di custodia cautelare sono scaduti. Non per l'ex dirigente del Palermo Calcio, Giovanni Pecoraro, e per il cognato Giampiero Specchiarello che restano in carcere. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari. L'inchiesta è quella che a fine maggio ha portato in carcere dieci persone. La ricostruzione della Polizia valutaria ruota attorno ad un presunto giro di scommesse clandestine e si concentrano pure su alcune intestazioni fittizie di beni.
Il provvedimento di scarcerazioneriguarda Guido Spina, Stefano Biondo, i fratelli Giuseppe e Antonino Provenzano, Domenico Alagna, Salvatore D'Anna, Vito Nicolosi e Nicolò Ferrara. In realtà solo Antonino Provenzano, Spina, D'Anna e Biondo tornano in libertà (sono difesi dagli avvocati Raffaele Bonsignore e Francesca Russo). Tutti gli altri restano detenuti per altre vicende giudiziarie.
L'indagine è partita dall'analisi del computer di Pippo Provenzano. Quello che sembrava l'onesto titolare di un negozio di ferramenta sarebbe stato, invece, il cassiere del boss Salvatore Lo Piccolo. Secondo i finanzieri, infatti, ci sarebbe la regia della mafia dietro le scommesse clandestine sulle partite di calcio e sul lotto. Appunti, file, pen drive, pc: la contabilita delle scommesse è finita in mano agli investigatori coordinati dal tenente colonnello Pietro Vinco. Un giro d'affari di tremila euro al giorno, gestito da una rete di fedelissimi.
Pecoraro tornò in carcere pochi mesi dopo essere uscito, a fatica, da un'inchiesta per mafia. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Gaetano Paci e Francesco Del Bene, lo accusano di trasferimento fraudolento di valori e reimpiego di capitali illeciti, con l'aggravante di aver favorito Cosa nostra. Secondo la Procura, avrebbe fatto da prestanome a Spina, uomo del narcotraffico vicino alle cosche. Spina avrebbe finanziato l'impresa edile in cui Pecoraro è socio del cognato Specchiarello. La contestazione del riciclaggio ha allungato in termini di custodia cautelare per entrambi. Sei mesi contro i tre di tutti gli altri indagati. I pubblici ministeri avevano espresso parere negativo sulla scarcerazione che avrebbe potuto essere stoppata da un'eventuale richiesta di rinvio a giudizio o di giudizio immediato. La ristrettezza dei tempi nel primo caso e alcuni ricorsi pendenti in Cassazione nel secondo hanno di fatto limitato il potere di intervento della Procura.

Il legale di Pecoraro, l'avvocato Giovanni Castronovo, ha già presentato un'istanza per chiedere la scarcerazione: i termini di custodia cautelare per questa indagine sarebbero già scaduti perché andrebbero sommati, a suo dire, con quelli della precedente inchiesta da cui è scaturita. Il gip deciderà nelle prossime ore. I nuovi guai giudiziari per Giovanni Pecoraro ruotano attorno alla Gia.Spe, un'impresa edile in cui, secondo il racconto di Marcello Trapani, ex legale dei Lo Piccolo e oggi pentito, sarebbero confluiti 150 mila euro di Spina.

Pecoraro e Specchiarello hanno negato di essere stati in società con il trafficante di droga. Specchiarello ha detto che i soldi ricevuti da Spina erano l'acconto per la vendita di una casa. Pecoraro ha riferito di avere vissuto negli ultimi trent'anni sempre e solo di calcio e di non non essere mai stato socio della ditta del cognato. Se gli ha fatto dei prestiti è stato solo a titolo personale.