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L'eredità di Mastro don Raffaele


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Inizia oggi la collaborazione con LiveSicilia.it di Ciccio Tumeo, il guardacaccia de "Il Gattopardo". Il primo articolo, pubblicato su "Libero" il 25 luglio, è dedicato a Raffaele Lombardo.

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Casta con le sarde. E trota al seguito. Raffaele Lombardo, governatore di Sicilia, dante causa di cotanto rango – quello delle cento nomine in due mesi, stretti come sardine nella mangiatoia di Palermo – ha deciso di lanciare in politica il proprio figlio. E sarebbe – come dire? – Il Trota 2, La Vendemmia, perché non di vendetta si tratterebbe ma, appunto, di raccolta, di messa a dimora, di custodia di un patrimonio perché Mastro Don Raffaele, nel suo tramonto, soprastante qual è, si vuole portare con se, nella tomba politica, la roba.
Tutti i voti accumulati in una vita di stenti e di sacrifici, sono. E quello del suo lascito è un cospicuo gruzzolo di percentuali derivato da giornate intere passate a rosicchiare bicchieri di carta e muzzuni di sicarette (e nottate consumate, poi, nel controllare il più pidocchioso dei consigli di quartiere). Tutta una digestione elaborata per ingoiare clientele e defecare potere, tutta una montagna di succosa cacca già fatta concime di un sistema a cui attingono, per attecchire, i mascherati e i mascariati pronti a succedergli.
Non senza le mascherine, come Rosario Crocetta, già leggendario sindaco di Gela, persona perbene, candidato alla presidenza della Regione, da votare subito se non fosse che il Governatore al termine, abile avvelenatore di pozzi nella danza macabra della sua uscita di scena, se l’è adottato.
Mastro don Raffaele, infatti, punta sul Quattro di Bastoni, il Crocetta che è splendido come un’idea brillante. Ma anche su un altro, un Sette d’Aremi. A Crocetta, appunto, giusto per non farlo stare tranquillo, Lombardo aggiunge quello che nella gara delle regionali gli può fare concorrenza a sinistra, ovvero Massimo Russo che è pupilla degli occhi suoi, suo assessore alla Sanità, già magistrato, dunque suo garante presso i mozzaorecchi delle Procure. Ed è un fideiussore così solidale il Russo che di fronte alla notizia di incriminazione per mafia di Lombardo s’è dichiarato “imbarazzato”, destinato dunque – per dirla con Giuseppe Sottile – per un cucchiaino di Citrosodina o, volendo, un clisterino. Ma la vera sorpresa, furba, sarà quella di candidare Caterina Chinnici, figlia di tanto nome, già assessore in una delle innumerevoli giunte del passato. Giusto ieri, uscendo da Palazzo Chigi, dopo i rimbrotti di Mario Monti, il nome frullato al telefonino di un suo passacarte è stato questo.
Da restarsene come spettatori senza fiato. E non è solo a sinistra che si copre Lombardo. Il presidente della Regione Siciliana, eletto coi voti dei berlusconiani (per poi buttarli a mare e allearsi con il Pd di Giuseppe Lumia detto Beppe), gioca con due mazzi di carte. Giusto adesso che non parla più al telefono, temendo le intercettazioni, quando convoca con soli cinque minuti di anticipo la riunione di governo (senza uno straccio di ordine del giorno che non sia uno dei suoi bofonchi smozzicati alla catena di passacarte che lo circonda), manda a chiamare Francesco Cascio, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, si fa rinviare una votazione sgradita, quella sul “blocca-nomine” e nel frattempo riceve gli emissari di Renato Schifani. La seconda carica dello Stato, insofferente al disastro del suo partito, il Pdl, incapace ormai di esprimere una candidatura o un qualsiasi punto fermo, in tema di dimissioni annunciate di Lombardo, gli manda a dire di soprassedere.
Soprassedere, vivacchiare, tirare a campare. E trattare. Non c’è politico – perfino Gianfranco Fini, figurarsi i mascherati del Pd – che non si ritrovi ad uggiolare sotto le finestre di palazzo d’Orleans, in attesa che Mastro don Raffaele, dall’alto, non lasci cadere un osso. Il presidente della Camera, il famoso “terzo polo”, lo può fare solo con lui. I due, algidi e senza sangue –  ispido di baffo uno, guasto di sguardo l’altro – sono pure diventati amici. E nella disgraziata Sicilia, sono i loro uomini che si stanno vendendo tutti i buoi per seminare zizzania nelle terre. Il più fedele nel governo, infatti, è Daniele Tranchida, l’uomo di Fli, oggi assessore al turismo. Lavora senza tregua per garantire il genio di Maria Grazia Cucinotta che non è tanto la diva che è, piuttosto una produttrice di cinema assistito assai vicina al giro del presidente della Camera.
Soprassedere e trattare. Musica per le orecchie di Mastro don Raffaele che se pure vede recapitare all’indirizzo delle proprie guance schiaffoni – Mario Monti che gli confeziona un golpe per commissariarlo, Bruxelles gli blocca 600 milioni di euro e i fondi per sei miliardi e mezzo, considerando il suo governo inaffidabile – galleggia nell’acquitrino del suo stesso concime spostando pedine, promuovendo o degradando, vellicando o aizzando questo e quello tra i tanti clientes collezionati in una carriera di furbo cacciatore che si fa potente solo quando tutto si sfascia.
Venuto su dal nulla, risalito com’è e provinciale, Mastro don Raffaele non conosce né sole né sorriso. Diffida di tutti e scende a patti solo con i nemici non avendo altro desiderio che trasformarli in traditori ma amici. E se solo si accompagna a qualcuno, tra i suoi fedeli, subito lo fa azzannare da un altro. Non ammette che nessuno gli cresca al fianco e pure il suo unico senatore a Roma, Giovanni Pistorio, assai stimato a palazzo Madama, in virtù di ciò paga pegno. Giorno dopo giorno viene privato di pezzi e pezzetti di fiducia perché Mastro don Raffaele, invidioso della leggenda che fu Umberto Bossi, ha il suo “cerchio magico” ed è da quelle dolci onde che manda alla deriva Pistorio per avvicinare a sé, finché durerà, Filippo Dagostino, un onorevole, imprenditore delle biciclette, elevato al ruolo di braccio destro e profilo sinistro(primo a schierarsi a favore di Crocetta).
Uomo di cipolle e olive nere, civettuolo al punto di proclamarsi Cincinnato delle campagne, Mastro don Raffaele, non ha leggerezza e neppure uso di mondo. C’è da credere che abbia fatto mettere a morte il Museo Riso, l’orgoglio dell’arte contemporanea, un gioiello di rinomanza internazionale, perché non sapeva sostenere lo stile e la bellezza di Antonella Amorelli, la direttrice.
Uomo di masseria o, meglio ancora, di mannera, si tiene alla larga dalle donne e non prende il bagno alla Baia Verde, in quel dello Jonio, dove albergano i suoi pretoriani più smaglianti, rilassati tra discordie, lotte d’interessi, inimicizie e parole grosse. Lui, con i suoi occhi da gatto avvezzi a guardare nel buio dei sottoscala, occupa le poche ore di riposo nelle stanze della segreteria elettorale in città, a Catania, sfogandosi di rappresaglie e pettegolezzi.
Intossicato nella guerra implacabile del tutto contro tutti, convinto che ciascuno al mondo cerchi il proprio interesse, Mastro Don Raffaele, non smette mai di comandare e adesso che se ne va lo sa bene che non si innesta più il pesco nell’ulivo. Ma, se ne va?
Appunto, se ne va? Uccio Missineo, assessore ai Beni Culturali, ultimo della sua cordata di “tecnici”, lascia il suo governo e Mastro don Raffaele, a soli diciassette giorni alle sue annunciate dimissioni, già ha un coniglietto da convocare e mettere in quel posto perché se solo c’è casella da riempire, lui uno lo trova. E lo colloca. Amleto Trigilio, uomo di Confindustria, uomo di quell'Ivan Lo Bello cui simpaticamente Lombardo augura di andare a "morì ammazzato", è già pronto. E se uno accetta di fare l’assessore per una manciata di giorni, forse con una semplice inversione di consonante si prefigura la poca cosa di una “mangiata” ma anche l’amletico dubbio: dimettersi o non dimettersi? Perché se poi non fa che nuove nomine è segno che non se ne va. Insomma, porta tutto all’incasso. Ogni fecateddu di mosca è sostanza, i soldi faranno pidocchi ma la roba, Mastro don Raffaele, se la rifà anche parlando delle ricchezze possedute ai mascherati, alle mascherine e ai mascariati che dovranno mettere a frutto tutta quella sua eredità.
Una trota e cento sarde, allora. Tutte da leccare. Cento sono gli incarichi assegnati dal presidente della Regione dopo l’annuncio del 18 maggio delle sue dimissioni previste per questa fine di luglio ma che sono la ricca sugna di un sottogoverno non proprio destinato al rimpianto, piuttosto alla rassegnazione. Ha convocato alla festa del consòlo – quella della coda finale del suo governo – i paesani suoi di Grammichele e i più improbabili tra i cercatori di preferenze. Tutte le più improbabili sigle di enti, sotto enti e patronati sono diventati il grasso monopoli dove giocare l’ultima mano. Non potendo nominarne uno, per una formalità, lo ha sostituito con la di lui fidanzata e deve essere malattia che prende se alla provincia di Messina, nel fasto della casta con le sarde gli hanno fatto ben quindici assessori. Tutti provvisti di sarda.
Forse Mastro don Raffaele, col suo patronimico nordico e la sua faccia di provenienza imprecisata (ma di destinazione sicura), non calibra gli effetti del grottesco. C’è stata una scelta onomastica felice assai negli sviluppi narrativi dei suoi personaggi di contorno. Per esempio, la centounesima nomina di Lombardo, quella di Eugenio Trafficante gli è riuscita sia per il nome assai tagliato e sia perché il Trafficante, designato a Sicilia e-servizi, è già in carcere, per stalking. E forse, Mastro don Raffaele che non sarà rimpianto da nessuno, non potrà neanche godersi la ingratitudine di tutti i suoi centouno beneficiati perché, infine, la sua è solo una tragica storia di solitudine. Pur con la Casta con le sarde e trota al seguito, non entrerà nella storia come Rino Nicolosi (amato), come il comunista Angelo Capodicasa (amato) o come Totò Cuffaro (amatissimo), ma sarà tecnicamente dimenticato. Resterà nel sottoscala delle sue segreterie elettorali mentre la sua smagliante corte troverà nuovi lidi lasciandogli in faccia il suo sforzo di sorriso, simile ad un torsolo di mela. E se nulla, in confronto al martellamento che subisce Roberto Formigoni, gli succede, non gli succede solo in virtù dell’ambigua protezione della sinistra forcaiola e furba, prossima a volatilizzarsi, ma in virtù del suo essere marginale, paesano assai, mastro e don e perciò inadatto ai giornali. Ha la solitudine del numero ultimo. Lo zero che aggiunge il totale, lo zero che fa la roba.