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La storia

Ma chi è padre Felice Lupo?


Ma chi è davvero padre Felice Lupo, il fondatore del movimento 'Uguali e partecipi'? Ecco il ritratto di un sacerdote che ha fatto molto parlare di sé?

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PALERMO- Chi è padre Felice Lupo, il sacerdote assurto alla ribalta per l’invenzione del movimento “Uguali e partecipi”, la novità delle elezioni regionali, che pare già al lumicino, soffocato da polemiche e contrasti interni? Alcuni lo conoscono bene. Altri no. In tempi lontani, l’ho frequentato da vicino, sono stato chierichetto nella sua chiesa, ho vissuto l’esperienza dei suoi gruppi, ho cenato a casa sua, prima che alcune divergenze mi spingessero ad andare via da Sant’Eugenio, la sua opulenta parrocchia circondata oggi dal filo spinato, nel cuore della Palermo ricca. Mi trovo dentro la notizia.

Dunque chi è don Felice Lupo? Un uomo dall’innegabile talento. Piazza Europa, verso la fine del secolo scorso, era una tranquilla stazione di benestanti, con i balconi affacciati su un campo di calcio, il panettiere, il macellaio, il barbiere. C’era un prete negli scantinati a ridosso di un palazzone. Padre Lupo era un giovane ministro del culto. Diceva Messa col poco che aveva. Possedeva e mostrava il dono della parola. Le sue omelie restavano nel cuore a lungo. Un giorno, la popolazione di piazza Europa – bottegai, marescialli dei carabinieri, impiegati di banca, professori di latino, tra cui mio padre – vide nascere una costruzione a forma di barca al posto del campetto. Era venuta al mondo la cittadella di Sant’Eugenio Papa. Nel primo ormai sbiadito numero del giornale parrocchiale, targato 15 gennaio 1982, si legge: “Non posso non accennare alla comune e immensa gioia che ha caratterizzato l’ingresso nella nuova chiesa e non posso non evidenziare come da quel giorno abbiamo registrato un incremento di almeno settecento nuove presenze alle nostre celebrazioni e quasi un exploit nelle presenze e attività dei gruppi”. Il Giornale di Sicilia a firma di Gianni Daniele scrisse: “E’ costata quattrocentocinquanta milioni (di lire, ndr), ma ne vale più del doppio. Trecentocinquanta milioni sono stati raccolti dai parrocchiani. (…) E’ il primo monumento cittadino costruito interamente a spese dei palermitani; un monumento di buona volontà”.

La nuova opera divenne un punto di riferimento. Il giornalino parrocchiale “Comunità in cammino” aveva come direttore Salvatore Riotta, galantuomo, bravo giornalista del ‘Giornale di Sicilia’ (oggi dirige Gianni Riotta in continuità con la memoria di suo padre). Ci scrivevano intellettuali cattolici di livello: Nino Barraco, Giuseppe Savagnone, Roberto Picone, Salvatore Li Bassi, Nunzio Incardona, Mario La Rocca. A osservarla con gli occhi del marketing, l’operazione di don Felice Lupo fu un successo. Una parte di città borghese, che desiderava uscire dalla noia con l’impegno, si era coagulata sotto un’insegna. Erano gli anni Ottanta di una Palermo sventrata, schiava della mafia e ossequiosa verso i potenti. Il consolato limiano non si poneva troppi problemi di coscienza, nemmeno sulla sua bellezza caduta in pezzi. Salvo Lima organizzò una sorta di comizio nell’auditorium ecclesiale. Si sollevarono contestazioni e distinguo per un personaggio già allora così chiacchierato. Un’intervista a Lima fu pubblicata su un numero di ‘Comunità in cammino’, titolo: “L’Europa e l’impegno dei cristiani”. Una riflessione sulla fame nel mondo, su Europa e pace. Niente mafia. Nulla di più.

Qualcuno si domandò: chi è davvero padre Lupo? I fedelissimi e una vasta fetta del quartiere lo consideravano una guida, per l’eloquio brillante delle sue prediche, per la forza dei suoi articoli di primo piano sul giornalino, perché durante i lavori, dai balconi affacciati sulla canonica, i residenti di piazza Europa avevano notato uno strano spettacolo. Un prete con la cazzuola e il cappello a barchetta dei muratori, sul tetto a stuccare mattoni. Altri si riunirono in una sorta di opposizione interna, corroborata da questioni pungenti: la contiguità – si disse – con la Dc più discussa, una corrispondenza ricambiata con il potere. Secondo i critici, sotto la pastorale del sacerdote dello scantinato si celava un accumulo di relazioni e forza.  Lui, il religioso col cappellino da muratore, poco se ne curava. La sua barca filava con il vento in poppa. Le cronache registravano i suoi successi, come la battaglia del precetto vinta contro Aldo Zanca, preside del liceo ‘Meli’, deciso a sopprimere laicamente la celebrazione pasquale a scuola. Una nota del provveditore chiuse la vicenda, dando ragione ai cattolici dell’istituto.

La mia storia lì? Il cammino ordinario di un ragazzo che serviva Messa, giocava a pallone e si imbatteva nei primi amori dell’adolescenza, all’ombra rassicurante di una parrocchia. Fino agli anni Novanta nessun vento cattivo increspò la navigazione di Sant’Eugenio. Poi venne il Grande Dissenso. Un gruppo di fedeli – tra cui mia madre, per dovere di cronaca – scese in campo contro il prete degli scantinati, contro i suoi metodi, contro il suo modo di intendere il ruolo del sacerdote. Gli rimproveravano una visione eccessivamente personalistica, tendente alla divisione, più che alla condivisione. Ne seguì una feroce polemica che si spinse alle soglie del “Giornale di Sicilia”, ma non conobbe mai l’onore della pubblicazione. Fu interessato l’allora cardinale, Salvatore Pappalardo. La squadra dei dissidenti – così li ribattezzarono i fedelissimi – tentò di raggiungere Papa Giovanni Paolo II per consegnarli un memorandum di riflessioni e testimonianze. La cosa non andò mai in porto. Si consumò la diaspora. Molte persone che erano state il centro dell’impegno della chiesa sparirono. Sant’Eugenio riuscì comunque a superare il momento difficile grazie a un cambio di generazione.

Anche io mi allontanai. Seguii le vicende del religioso di piazza Europa secondo notizie e sussurri: la sua prossimità mai abbandonata con i politici, specialmente con Francesco Musotto. Il suo restare al timone, intoccabile e intoccato dalle turnazioni di parroci decise dal vescovo. Infine, la politica come scelta diretta col movimento “Uguali e Partecipi”. Un appuntamento preparato accuratamente da scrupolosi corsi di formazione e con editoriali aggressivi. Nell’edizione di “Comunità in cammino” del dicembre 2011 lo stesso padre Lupo vergava un fondo dal titolo eloquente ‘Traditi (?) dai politici’. “C’è un’unica strada, che l’esplosione e dunque una rivoluzione del tutto pacifica avvenga e porti i suoi frutti”.

Sono andato a trovarlo di recente. Volevo riannodare un filo antico. Mi ha accolto con cortesia. Abbiamo preso atto di posizioni che rimangono inconciliabili. L’ho rivisto ovviamente invecchiato, con un cappellino non da muratore, in un pomeriggio freddo. In sacrestia si udivano delle voci, i canti delle prove del coro diretto dall'avvocato Flavia Odoroso, il presidente del movimento ‘Uguali e partecipi’.
Chi è padre Lupo? Un uomo di talento. Su questo non c’è dubbio.