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IL CASO

Pignoramento choc all'Ars
Stipendi dei dipendenti a rischio


Un gruppo di dipendenti fa causa all'Ars e scatta un maxi-pignoramento da 24 milioni e 400 mila euro. Secondo fonti sindacali sarebbero a rischio pure i pagamenti degli stipendi per il personale di Palazzo dei Normanni.

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, Politica
PALERMO- Un mega pignoramento rischia di paralizzare l'Ars. E di mettere in serio pericolo gli stipendi dei dipendenti dell'Assemblea. Venticinque milioni di euro. Questa, euro più, euro meno, la cifra messa nero su bianco in una ingiunzione frutto del mancato riconoscimento degli scatti di anzianità di una settantina dipendenti di Palazzo dei Normanni. Settantadue, per l'esattezza, tra coadiutori e assistenti parlamentari, per l'esattezza, vincitori di un ricorso contro l'amministrazione dell'Assemblea che adesso rischia di bloccare gli stipendi di tutti i lavoratori.

La vicenda risale al maggio del 2010, quando un nutrito gruppo di dipendenti del parlamento siciliano, avanza un ricorso contro l'Assemblea. Il motivo? L'amministrazione non aveva riconosciuto l'avanzamento da una fascia all'altra di anzianità per il periodo che va dal 2005 a oggi.

Per intenderci, un coadiutore parlamentare appena assunto ha diritto a una retribuzione lorda di quasi tremila euro, che al netto delle trattenute diventa di 1.820 euro. Una somma, però, che cresce ogni due anni, e dopo 24 anni di effettivo servizio “sale” a 4.443 euro netti. Per gli assistenti, cifre più basse, che vanno dai 1.530 netti ai 3746 euro netti al mese. Ma parte di quegli “scatti”, appunto, sarebbero stati ignorati dall'Assemblea, nonostante i dipendenti avessero vinto il ricorso e nonostante la sentenza, giunta nel marzo del 2012, fosse esecutiva.

L'Ars, insomma, non vuole pagare. E decide anche di non accettare le proposte di transazione che sarebbero state avanzate da alcuni ricorrenti, anzi fa ricorso contro la sentenza. Niente da fare. Così, i legali dei dipendenti, a sei mesi dalla sentenza, si sono stancati di attendere: e pochi giorni fa hanno fatto pervenire all'Assemblea un decreto ingiuntivo da 24,4 milioni di euro.

“Abbiamo già avanzato – ha spiegato il presidente dell'Ars Francesco Cascio – un ricorso contro quella sentenza. E abbiamo ragionevoli speranza di vincere, anche perché nel frattempo le regole sugli scatti di anzianità sono state modificate dal Consiglio di presidenza”. I soldi però, di fatto, adesso sono “pignorati”. E non possono essere sbloccati, quindi, per il pagamento degli altri stipendi. Che rischiano, stando all'allarme lanciato da alcuni sindacati, di non essere erogati. Un “effetto collaterale” inevitabile, ma smentito dallo stesso Cascio: “L'Ars non ha tutti quei soldi in cassa – puntualizza – credo che le somme pignorate riguarderebbero altre voci, come gli accantonamenti per i Tfr. Resta il fatto – ha aggiunto – che siamo certi di poter svincolare le somme necessarie per gli stipendi senza molti problemi. È inaccettabile però – ha chiosato Cascio – che vengano accolti decreti ingiuntivi come questi, che rischiano di compromettere l'attività amministrativa di un'istituzione come l'Ars”.

Dall'altra parte, però, i dipendenti in attesa di questi “arretrati”, credono di essere vittime di una doppia beffa. Prima di loro, un analogo ricorso era stato avanzato da sette segretari parlamentari. Colleghi di un livello superiore. Anche in quel caso, l'Ars soccombe al ricorso. Ma stavolta decide di non “lottare” e di liquidare subito gli arretrati, già dopo la sentenza di primo grado. Tra quei sette, c'era anche Antonio Tomasello. Fratello di Giovanni, segretario generale dell'Ars e uno dei burocrati più “pagati” in Italia.