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PALERMO

Vertice infuocato in Procura
La "trattativa" divide ancora


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Il procuratore Francesco Messineo ha provato a ricucire lo strappo con i pm provocato dalla scelta di applicare un giovane pubblico ministero all'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

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PALERMO - Nuova riunione e nuove tensioni in Procura. L’infuocato vertice convocato ieri al Palazzo di giustizia è andato avanti per oltre cinque ore.

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l nodo principale sul tavolo del procuratore capo Francesco Messineo era la questione avanzata nei giorni scorsi dai sostituti procuratori Marco Verzera e Maurizio Agnello. I due pm avevano contestato al capo dell’ufficio inquirente la scelta di applicare il giovane collega Roberto Tartaglia alla delicata indagine sulla trattativa tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra. Con l’imminente partenza dell’aggiunto Antonio Ingroia per il Guatemala, dove andrà a ricoprire un incarico per l’Onu, i pm Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene avevano bisogno di un aiuto per portare avanti la difficile indagine sul patto mafia- Stato. Verzera e Agnello avevano manifestato stima per Tartaglia ma, in una lettera a Messineo, avevano criticato il metodo che aveva portato alla scelta del giovane collega. Messineo ha provato a ricucire lo strappo con i suoi sostituti, forte anche dell'appoggio degli aggiunti Ingroia, Leonardo Agueci e Vittorio Teresi che hanno condiviso la scelta di Tartaglia.

Il capo dei pm palermitani ha citato un precedente molto simile alla situazione attuale. Il capo dei pm ha richiamato alla memoria ai primi periodi di Giancarlo Caselli alla guida della procura di Palermo. Tra il 1993 – 94 lo stesso Caselli decise, infatti, di affidare alcuni delicatissimi fascicoli – come per esempio quello relativo al presunto pentimento di don Vito Ciancimino – all’allora giovanissimo pm Antonio Ingroia. La scelta di Tartaglia sarebbe stata paragonata a quella di Caselli con Ingroia. Il giovane pm affiancherà dunque Di Matteo, Sava e Del Bene nell’inchiesta che il 29 ottobre prossimo approderà davanti al gip Piergiorgio Morosini. Nel frattempo la Corte Costituzionale esaminerà il conflitto d’attribuzioni sollevato dal Quirinale per la questione delle intercettazioni tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano.