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LETTERA AL DIRETTORE

"Deroghe al patto di stabilità?
Non abbiamo le carte in regola"


Riceviamo e pubblichiamo una lettera che fa il punto sulle ristrettezze del patto di stabilità e sul perché la Sicilia non può chiedere deroghe. E invoca un patto per lo sviluppo.

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, Economia
Caro Direttore,
la sconfortante notizia del blocco degli aiuti previsti per i cittadini affetti da una malattia terribilmente invalidante come la Sclerosi Laterale Amiotrofica, mi spinge ad affrontare il tema del Patto di Stabilità e dei suoi devastanti effetti sulla crisi economica. Da parecchi giorni, infatti, la Regione Siciliana ha bloccato tutti i mandati, ad eccezione degli stipendi (il cui mancato pagamento darebbe origine ad una procedura di default dalle conseguenze dirompenti), per evitare le pesanti penalizzazioni previste in caso di sforamento del tetto di spesa, che è stato raggiunto ben prima della fine dell’anno.

L’assessore Armao e i suoi colleghi delle altre regioni meridionali, più o meno nelle medesime condizioni, hanno chiesto una deroga, sostenendo che il blocco indiscriminato della spesa (che comprende anche il cofinanziamento obbligatorio dei fondi europei) aggrava ancor di più i ritardi accumulati e la possibilità che le risorse disponibili tornino indietro inutilizzate. Pur di fronte all’evidente fondatezza della richiesta, dal governo nazionale non sono ancora giunti segnali positivi perché la situazione è più complessa di quanto appaia.

Proverò a fare chiarezza, privilegiando la sintesi alla precisione (che in questa sede apparirebbe pedante), perché ritengo che buona parte del futuro della Sicilia e del Mezzogiorno d’Italia si giochi su questa partita e sono francamente sconcertato dalla constatazione che il dibattito preelettorale abbia fin qui colpevolmente ignorato la questione. Come mai il Patto di stabilità ha avuto una evoluzione illogica e di fatto autolesionista? In una prima fase, in effetti, i limiti riguardavano solo la spesa corrente senza vincolare quella per gli investimenti, ma le Regioni, in realtà, hanno continuato a spostare risorse sulla spesa ordinaria, con il risultato che il totale delle uscite continuava a crescere e gli investimenti a diminuire.

Per responsabilizzare Regioni ed Enti locali, a partire dal 2007 anche i cofinanziamenti per i fondi europei sono stati inseriti nel Patto, nella speranza che si desse priorità a questi ultimi: il risultato però non è cambiato perché, con l’aggravarsi della crisi economica, lo Stato ha progressivamente tagliato i trasferimenti, riducendo contestualmente i tetti di spesa previsti dal Patto, mentre i costi del personale in Sicilia, anziché ridursi sono aumentati, a causa della dissennata politica del precariato e della gestione del personale regionale.

A tutto ciò si aggiungono i dati desolanti sulla quantità e sulla qualità della spesa dei fondi europei: rispetto alle risorse disponibili nel quinquennio 2007 – 2013 la Sicilia, al 31 maggio di quest’anno, ha una spesa certificata del 14,5%, mentre la media nazionale è il 25,1% e quella delle regioni meridionali il 22,1%. Inutile aggiungere che nel resto d’Europa si viaggia a ritmi ben diversi.

Inoltre l’utilizzo dei fondi strutturali, a cominciare da Agenda 2000 e dai governi Cuffaro, oltre che limitato rispetto alle risorse disponibili, non ha inciso, come pure sarebbe stato possibile, sulle condizioni infrastrutturali della Sicilia, ma si è disperso in mille rivoli clientelari o improduttivi che hanno aumentato il gap di sviluppo socioeconomico della nostra Regione.

In questo quadro si comprende come la Sicilia non abbia le carte in regola per chiedere una deroga al Patto di Stabilità, senza un cambio di rotta deciso nella riqualificazione della spesa corrente, nella capacità di progettazione degli interventi strutturali e anche nella programmazione della spesa, in quanto i Dipartimenti regionali, con la girandola di Assessori e Dirigenti generali operata da Lombardo, sono andati generalmente avanti alla cieca, senza stabilire parametri oggettivi per le priorità.

Come uscire da questa palude? L’amministrazione regionale non può essere lasciata sola in queste scelte strategiche, che può attuare ma non progettare. Occorre innanzitutto un patto che coinvolga le forze politiche, sociali e produttive per individuare alcune grandi iniziative nei vari comparti, volte a migliorare l’appeal complessivo della Sicilia rispetto agli investimenti. E’ chiaro che siamo in forte ritardo e che questa manovra potrebbe essere solo abbozzata entro il 2013, ma poiché comunque si dovrà rinegoziare con l’Unione Europea il nuovo programma di interventi, un conto sarà farlo con le solite prospettive asfittiche e minimaliste mostrate da 12 anni a questa parte, un altro con un progetto di sviluppo condiviso che chiami a raccolta le migliori intelligenze della Sicilia (e non solo) nelle Università, nell’imprenditoria, nell’innovazione tecnologica, con la condivisione dei sindacati.

Non è più tempo di generici richiami all’onestà, alla rivoluzione o al sicilianismo: dai candidati alla Presidenza della Regione attendiamo una indicazione chiara e dettagliata sulle azioni da mettere in campo a partire dal 30 ottobre e sugli strumenti e le risorse umane che intendono utilizzare per risolvere questi problemi.