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PALERMO

Massimo, il ministero:
"Chiarezza in 40 giorni"


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Il ministero dei Beni culturali scrive al sindaco Orlando e al cda del teatro Massimo per chiedere, entro venti giorni, chiarezza sullo stallo della fondazione. Ed entro quaranta prenderà una decisione definitiva sul commissariamento.

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PALERMO - Quaranta giorni. Questo il limite massimo fissato dal ministero dei Beni culturali per fare “chiarezza” e risolvere l’annosa querelle che da mesi tiene in scacco il teatro Massimo di Palermo, di fatto paralizzato dalla guerra a colpi di lettere e minacce intrapresa dal sindaco Leoluca Orlando nei confronti del cda e del sovrintendente Antonio Cognata.

Una missiva del dicastero di Ornaghi inviata al presidente, ovvero al primo cittadino, e a tutti i componenti rimasti del cda, oltre che ai Revisori, che ricostruisce passo dopo passo la vicenda e che si conclude con un vero e proprio ultimatum. “Emergono elementi oggettivi di impossibilita' di funzionamento degli organi deliberativi della fondazione – scrive il ministero - tali da prefigurare la paralisi dell'attivita' istituzionale dell'ente e l'impossibilita' di programmare e attuare la stagione operistica e la realizzazione degli obiettivi produttivi”.

Insomma, il teatro è alla paralisi e si rischia il peggio. Per questo Roma dà a tutti i soggetti coinvolti venti giorni di tempo per fornire eventuali controdeduzioni, e dopo altri venti al massimo prenderà una decisione sul commissariamento così come previsto dalla lettera a del comma 1 dell’articolo 21 del decreto legislativo 367/96, che per l’appunto comporta lo scioglimento del cda per “gravi irregolarità nell'amministrazione, ovvero gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative o statutarie che regolano l'attività della fondazione”.

Adesso, quindi, bisognerà attendere la risposta del cda e dei revisori che dovranno dimostrare che la composizione del consiglio di amministrazione non è illegittima, così come invece ha sostenuto il ministero a giugno e a luglio a causa della presenza del vicepresidente Carlo Varvaro, nominato da Cammarata, e del rappresentante dell’ormai ex socio privato Unicredit.

La mossa di Ornaghi, però, si presta a molteplici interpretazioni. Se da un lato, infatti, la lettera arriva a una settimana dalla conferenza stampa con cui Orlando aveva chiesto il commissariamento, minacciando in caso contrario di denunciare il ministro per omissione d’atti d’ufficio, dall’altro è anche vero che la missiva è un ulteriore tentativo di conciliazione tra le parti proprio per evitare un atto così forte come l’invio di un commissario, chiesto invece a gran voce dal Professore. E il fatto che il documento non sia firmato né dal ministro né da Salvo Nastasi, dirigente del dipartimento Spettacolo dal Vivo e inviato di Ornaghi a Palermo qualche settimana fa, ma da un burocrate, la dice lunga sulla prudenza che il ministro sta usando in questa vicenda.

Perché i commissariamenti che hanno riguardato sin qui i teatri italiani sono sempre stati giustificati dalla lettera b della sopracitata legge, ovvero dai gravi problemi economici delle fondazioni. In questo caso invece si tratta di irregolarità amministrative, assai più difficili da dimostrare rispetto ad inequivocabili numeri. Se il ministro dovesse decidere alla fine per il commissariamento, sussurra più di un esperto del settore, si creerebbe un precedente che potrebbe essere applicato anche ad altre realtà italiane e che metterebbe in parte in discussione l’indipendenza dei cda delle fondazioni.

Ora bisognerà aspettare le controdeduzioni del cda e poi il ministero deciderà: in caso di commissariamento, si procederà allo scioglimento del cda e alla nomina di un commissario a cui Ornaghi indicherà, punto per punto, cosa fare. Nel frattempo, però, la fondazione resta al palo e l’attività è a rischio e quel teatro, simbolo della rinascita di Palermo negli anni Novanta, rischia seriamente di divenire oggi, suo malgrado, l’emblema di una lotta intestina alla città.