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Chiacchierata con Armando Massarenti

Dal Sole alla pioggia di Palermo:
"La cultura vi salverà"


Chiacchierata col responsabile dell'inserto domenicale de "Il Sole 24-Ore" che ama twittare (@Massarenti24) e discutere. Come si salva Palermo? Con la cultura. Facile, no?

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Armando Massarenti
PALERMO- In questo pomeriggio di sabato, il colore blu elettrico della bacinella appesa al balcone è uno schizzo impressionista dentro una tela grigia. Piove. Piazza Marina ha un sapore ancora più tetro, con le macerie di Palermo stese a fianco. La pioggia inghiotte e restituisce un sentimento maggiorato della rovina. Non ti accorgi delle cicatrici e delle ferite, quando c’è il sole. La città a primavera sembra quasi sopportabile, se non dolce. Adesso, invece, è il momento della verità dell’autunno travestito da inverno. A piazza Marina, Palermo si specchia, tra case diroccate e alberi cadenti. E’ quello che è.

Eppure, tra vicoletti e relitti, c’è un sorso di bellezza nascosta. Ci sono scorci che riflettono salvezza e angoli che promettono resurrezione. Nessuno li guarda. In una dimora scintillante, a dispetto della pioggia, è ospite Armando Massarenti, responsabile del celebre supplemento domenicale de "Il Sole 24-Ore". A prescindere dalla circostanza giornalistica della chiacchierata, forse è utile ascoltare un uomo che si occupa di filosofia e cultura nel quotidiano. Non astrazione, dibbbattito e corazzata fantozziana. Nautoscopio utile per comprendere almeno la direzione del temporale. Ha scritto Massarenti: “Due dati dovrebbero impressionarci come italiani, se vogliamo vederci (anzi, diciamo pure, venderci) come cittadini del mondo. 
Il primo è quello che riguarda la strepitosa immagine positiva che ancora siamo in grado di diffondere all'estero. Chiunque di noi si presenti come italiano in un qualunque ambiente di New York, Parigi, Tokyo, Pechino, Singapore, non riceverà che elogi e espressioni di ammirazione.

Perché? Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo. E di che cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura. Passiamo dunque al secondo dato che dovrebbe impressionarci. Anzi, in questo caso, allarmarci. Noi italiani appariamo come primi ‐ primi assoluti! ‐ in una ben poco encomiabile lista. Tutto il mondo la può leggere e stupirsene. È pubblicata nella voce «functional illiteracy» di Wikipedia e dice che il 47 per cento degli italiani dai 14 ai 65 anni ha forti deficienze nella semplice comprensione di un testo”. Un pezzo decisivo intitolato “Noi analfabeti” seduti sul tesoro.

Se si sostituisce “italiani” con “palermitani”, nemmeno si noterà l’interpolazione, mafia a parte. Massarenti riposa in un salotto luminoso, incalzato da un taccuino pieno di appuntamenti. Qualche minuto di dialogo. Per un primo approccio filosofico può bastare. “Sono stato di rado a Palermo di recente. La mia impressione è che qualcosa, magari nel centro storico, si stia muovendo. Forse poco, però c’è”. E uno si metterebbe le mani ai capelli e mimerebbe il gesto della sorpresa con le dita a cucchiaio: che?! Tuttavia, lo sguardo dell’ospite possiede una qualità in più. Sorprende il moto, lì dove l’indigeno sbircia lo stato in luogo, per assuefazione e noia.

Cultura. Paradigma che atterrisce studenti e passanti, perché sa di muffa, di busti, di antichità impagliate alla Gozzano, di polvere mai spolverata. L’Armando del “Sole” ci crede, confida nella ricetta impalpabile: “Dobbiamo abbandonare l’idea che il pubblico debba sempre garantire tutto e tutti. Sarebbe giusto cominciare una sensibilizzazione al bello già con i bambini per insegnare la fruizione corretta dell’armonia. Senza dimenticare di seguire i conti. L’epoca delle vacche grasse è tramontata”. Sì, sarebbe bello, non oscurare l’emergenza e comprendere che il destino di una capitale non inizia e non finisce con la Gesip. Ci sono bubboni da estirpare, c’è una profonda malattia. Palermo tradisce la sua vocazione alla meraviglia. E si incupisce.

Massarenti ha un’idea precisa su molte cose nostre. Per esempio, su Antonio Cognata, sovrintendente del Teatro Massimo, al centro di un braccio di ferro che vede il sindaco Orlando all’altro capo del tavolo. “Cognata ha amministrato benissimo. E’ proprio un economista della cultura, protagonista di un caso virtuoso. Purtroppo, una vecchia concezione della politica preferisce concentrarsi sull’evento, per poi non occuparsi più di nulla. I politici amano usare gli appuntamenti e non si preoccupano di costruire sostanza, di creare una rete, affinché sia possibile conservare la tensione anche dopo che qualcosa è accaduto. Sono davvero finite le vacche grasse. L’impresa culturale deve essere creativa, se vuole sopravvivere non può più inseguire gli effetti speciali. Va avanti se riesce a coniugare sapere e bellezza. Se dura”.

“Noi siamo associati, nell’immaginario collettivo, alla Magna Grecia, all’Antica Roma, al Rinascimento. La realtà è diversa, anche se ci sono stati dei passi. L’analfabetismo funzionale è un dato di fatto. Le persone sanno leggere e scrivere, però non comprendono il testo. La classe politica coglie l’occasione per accumulare consenso nell’ignoranza. Per uscire dalla crisi è necessario rilanciare la cultura”. Intorno, nel salotto, ci sono bambini che giocano con le costruzioni, praticando con semplicità una certa idea del mondo.

Perché parlare di cultura, proprio a Palermo, qui dove non se ne discute mai, visto che si considera argomento superfluo – come le brioches di Maria Antonietta – in un pozzo senza fondo di guai? In questa sera di sabato, per le strade, non c’è nemmeno un sorriso, né un graffio di fantasia. Tutto dorme. Anche la bacinella blu è rincasata, lasciando piazza Marina al buio . Si tratta di leggere. E capire.