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sarebbe stato vicino a provenzano

Mafia, chiesti 10 anni e otto mesi
per Giovanni Mercadante


La richiesta nei confronti dell'ex parlamentare regionale è stata avanzata dal procuratore generale Mirella Agliastro.

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PALERMO - "Condannate Giovanni Mercadante a 10 anni e otto mesi". E' la richiesta del procuratore generale Mirella Agliastro al processo d'appello all'ex deputato accusato di mafia. In subordine il pg ha chiesto la riqualificazione del reato in concorso esterno pur mantenendo la stessa pena.

Nel febbraio scorso la Corte di Cassazione ha deciso l'annullamento dell'assoluzione di secondo grado, stabilendo che doveva essere celebrato un nuovo processo d'appello. L'ex esponente regionale di Forza Italia era stato condannato in primo grado, ma il verdetto era stato poi ribaltato dopo che aveva trascorsi oltre quattro anni in custodia cautelare: 12 mesi in carcere e 43 ai domiciliari.

Il gip che lo mandò in carcere lo definì tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di "una Cosa sua", più che di Cosa Nostra. Un'espressione forte che doveva rendere l'idea dello stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, radiologo di grande fama con la passione per la politica. Parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, l'ex parlamentare era accusato di essere stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta.

A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si aggiunsero le intercettazioni ambientali effettuate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante emerse più volte. Per l'accusa, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato "pienamente inserito nel sodalizio criminoso". Una conclusione riscontrata dalle testimonianze di collaboratori di giustizia: da Nino Giuffrè ad Angelo Siino e Giovanni Brusca. Giuffrè ad esempio raccontò di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi.

Prove giudicate però non sufficienti dai giudici di appello e arrivò l'assoluzione. Dopo la richiesta del procuratore generale la parola passa agli avvocati Grazia Volo e Nino Caleca. Tocca a loro provare a smontare le accuse come è avvenuto in passato. La sentenza è prevista per la prossima primavera.