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L'intervista

"Parentopoli, altrove
quei politici si dimetterebbero"


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Intervista a Rosario Crocetta: "Siamo la prima Regione d'Italia a varare una legge anti-parentopoli. Ma in Europa è la norma. La maggioranza ha voluto blindare un accordo col centrodestra, è stato un errore. I miei? Mica posso imbavagliarli...". Il rapporto col Pd? "Decidono senza coinvolgermi. Non è il modo migliore per collaborare"

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PALERMO - “Questa norma potrà anche sembrare rigorosa, ma se i fatti raccontati in tv fossero successi altrove, i diretti interessati si sarebbero già dimessi”. Rosario Crocetta commenta così il varo della legge anti-parentopoli, partorita ieri a notte fonda, in una seduta di giunta svolta a Palazzo dei Normanni. “Adesso, speriamo che l'Ars non faccia scherzi e, magari, migliori la norma”. Un'Aula che ieri ha eletto un grillino come vicepresidente: “Una buona notizia: è il gruppo più ampio. Il Pd? Il rapporto non è buono. Ma io rimango un esponente di quel partito”.

Presidente, partiamo dalla norma contro le incompatibilità. Serviva davvero alla Sicilia?
“Io penso proprio di sì. E a qualcuno forse potrà apparire troppo severa. Ma è quello che la gente si aspettava”.

Lei parla della gente. Ma i partiti come la pensano?
“Intanto dobbiamo chiarire una cosa. Questi casi di parentopoli, di favoritismi, creano una indignazione nei cittadini che io ritengo giustissima. Ecco, i partiti non possono far finta di nulla”.

E cosa dovrebbe fare la politica?
“Iniziare a parlare il linguaggio della gente. Altrimenti questa indignazione non troverà mai una soddisfazione. E il rapporto tra gente e politica può soltanto peggiorare”.

Qualcuno dirà che lei è un qualunquista, che cavalca il senso di “antipolitica”, pur essendo un politico.
“Invece non è così. Io sto provando a intervenire sulle vere sacche di spreco e privilegio. Pensi ad esempio alle indennità dei deputati. Io credo che quello sia un falso problema”.

Vale a dire?
“Già durante la scorsa legislatura sono stati apportati dei tagli. E norme importanti come l'obbligo della rendicontazione per le spese dei cosiddetti 'portaborse'. Penso, insomma, che lì ci sia ancora poco da togliere”.

E quindi? Il “vero” problema qual è?
“Il 'bottino' è altrove. Giusto per restare nel Palazzo, credo che le spese maggiori siano quelle del personale, ad esempio, soprattutto ai massimi livelli. E gli sprechi che ogni giorno si consumano in Parlamento”.

Lei aveva già puntato l'indice contro l'indennità del segretario generale dell'Ars...
“Sì, ma il governo non ha competenze per intervenire lì. Ho però parlato col presidente Ardizzone, col quale c'è una fortissima intesa. La riduzione degli stipendi dell'Ars rientra in un ampio piano di spending review anche a Palazzo dei Normanni. Tra gli interventi, prevederemo un obbligo di rendicontazione dettagliata delle spese dei gruppi parlamentari”.

Lei pensa che i deputati accetteranno di buon grado queste novità? La norma contro le incompatibilità, per esempio, potrebbe mettere fine a “usanze” antiche...
“La norma prevede una cosa molto semplice: se io voglio fare politica non devo avere altri interessi: posso dire che la Sicilia è la prima Regione ad aver varato una norma così avanzata. Che in un Paese normale non dovrebbe rappresentare una 'rivoluzione'”.

In che senso?
“Nel senso che in tutti i Paesi europei queste norme contro le incompatibilità dei deputati rappresentano la prassi, la normalità”.

Ma qui non siamo mica in Europa...
“In effetti è così. In Europa, dopo casi come quelli raccontati dall'inchiesta di Report, i diretti interessati si sarebbero subito dimessi. Ma qui non accade mai. Per sollevare lo scandalo, è dovuta intervenire la televisione.”.

Qualcuno le farà notare proprio questo: com'è possibile che lei, politico ormai di esperienza, ha bisogno di una trasmissione televisiva per venire a conoscenza di questi fatti?
“E infatti io le cose le conoscevo bene. Al punto che ne ho fatto anche uno dei temi della mia campagna elettorale”.

Mi scusi, in quella campagna elettorale però lei era sostenuto proprio da quei partiti ai quali appartengono i politici coinvolti in queste inchieste giornalistiche...
“Certo. Ma io dai partiti ho sempre ricevuto un incoraggiamento su questi temi. E, anzi, mi pare di avere letto una dichiarazione del segretario dell'Udc D'Alia che plaude alle iniziative del mio governo”.

Già... ma la prova del sostegno dei partiti a questa idea di cambiamento va cercata altrove. In Aula, per la precisione, dove questa norma dovrà essere approvata. Si aspetta qualche sorpresa?
“Spero proprio di non incontrare resistenze. I partiti in questa occasione possono dimostrare di essere in grado di parlare un linguaggio nuovo, più vicino alla gente. Anzi, mi auguro che possano contribuire arricchendo e migliorando, perché no, la norma. Fermo restando il confine netto che abbiamo tracciato: da un lato c'è la politica, dall'altro gli affari”.

È davvero possibile tracciare questo confine?
“Qui si sta parlando di parentele fino al secondo grado. Si sta parlando di mogli e figli assunti in enti che hanno rapporti con la Regione. È normale, a quel punto, coltivare il sospetto che sia lo stesso deputato a gestire tutto. D'altra parte, queste norme sono presenti già negli enti locali. Ora tocca al Parlamento: non si può pensare che i deputati facciano i moralizzatori nei confronti, ad esempio, dei sindaci, e non nei confronti di se stessi. La gente, insomma, deve sapere che la moglie di Cesare è la più casta delle mogli”.

Lei confida nell'Aula. Ma il clima a Sala d'Ercole è già teso. Anche all'interno della maggioranza. Complice l'elezione a vicepresidente dell'Ars di un esponente del Movimento cinque stelle che ha “bruciato” la candidata del Pd Mariella Maggio.
“Io credo che l'elezione di Venturino sia dovuta anche a un chiaro errore compiuto da Pd e Udc. Hanno infatti voluto consolidare un accordo politico col centrodestra, facendo transitare su Pogliese anche una decina dei loro voti. Bastava che tutti confluissero invece su Mariella Maggio, che sarebbe stato un degnissimo vicepresidente. Ma hanno sbagliato: non hanno colto gli umori del Parlamento”.

Ci spieghi meglio lei allora: che è successo?
“Questo 'sodalizio' tra la maggioranza e i partiti del centrodestra non è condiviso da parte dell'Aula e certamente dalla gente”.

Quando parla di 'parte dell'Aula' si riferisce ai deputati più vicini a lei?
“Non scopriamo nulla di nuovo. Il malcontento era evidente fin dall'inizio. L'intesa col centrodestra doveva passare da un condizione: che tutte le forze politiche fossero rappresentate nelle cariche istituzionali”.

E invece? Chi ha rischiato di finire escluso?
“Diverse forze: dai grillini, ai rappresentanti della lista Crocetta, passando per altre parti della minoranza all'Ars”.

Insomma, quell'intesa non andava bene.
“Io ho avvertito subito questo disagio in ampie aree del Parlamento. E l'ho comunicato alle forze politiche che sostengono il governo. Ma loro hanno deciso di procedere con un accordo blindato. A quel punto, che potevo dire ai 'miei'? Mica li posso imbavagliare...”.

E così, ecco spuntare il Movimento cinque stelle alla vicepresidenza...
“A me sembra una buona notizia. Ed è anche giusto che il gruppo più ampio all'Ars ottenesse un riconoscimento di quel tipo”.

Però adesso, anche sulla scorta delle dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza, all'Ars si apre un problema 'politico'. Com'è oggi il suo rapporto col Partito democratico?
“Beh, che dire... Io non so cosa pensino davvero, visto che non vengo mai invitato alle riunioni del gruppo. Loro decidono, vengono da me e mi comunicano le loro decisioni”.

A dire il vero, anche il partito pare diviso al proprio interno...
“E infatti, ognuno di loro viene da me e mi comunica una informazione diversa. Al di là di tutto, però, ritengo che questo non sia esattamente il modo migliore per instaurare un buon rapporto col presidente della Regione”.

Senza contare che lei è sempre un esponente del Pd. O almeno, lo è ancora?
“Certo che lo sono”.

E il suo nuovo movimento?
“Cresce, si organizza e si autoalimenta”.