Live Sicilia

Mafia

Gli ultimi dei Riina:
chiesti 16 anni per Gaetano


, Cronaca
Gaetano Riina

Conclusa la requisitoria al processo agli ultimi "eredi" della famiglia mafiosa che fu di Totò Riina. Imputato il fratello Gaetano, il nipote Giuseppe Grizzafi e il cognato di questi, Alesandro Correnti. Lo "zio Tano", come lo chiamavano, è stato chiamato in causa in quanto ultimo detentore della tradizione di Cosa nostra. Nel processo, poi, imputato anche Giulio Roccaforte, vittima del pizzo che ha negato i fatti e per cui sono stati chiesti due anni di reclusione.

VOTA
4.3/5
7 voti

PALERMO - Sedici anni per Gaetano Riina, il fratello di Totò "u curtu", dieci anni per Giovanni Durante, Giuseppe Grizzafi (il nipote del “capo dei capi”) e Alessandro Correnti, due anni per Giulio Roccaforte passato da vittima a favoreggiatore. Sono le richieste dei pm di Palermo, Marzia Sabella e Pierangelo Padova, nel processo per associazione mafiosa ed estorsione che si svolge con il rito abbreviato di fronte al gup Vittorio Anania.

Si tratta dell'ultima radiografia conosciuta della famiglia mafiosa di Corleone. I fatti contestati sono la tassonomia dei reati tipici di Cosa nostra: gestione e controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici; interventi sulle istituzioni e la pubblica amministrazione e la raccolta di voti per le consultazioni elettorali. Il capo, manco a dirlo, sarebbe Gaetano Riina, affiliato anche alla famiglia di Mazara del Vallo, dove vive ormai da anni. Giuseppe Grizzafi e Alessandro Correnti, cognati, sarebbero gli addetti alle estorsioni e detentori della cassa della famiglia. Una delle vittime dei taglieggiamenti, Giulio Roccaforte, ha negato i fatti e da vittima è diventato imputato anche lui per favoreggiamento personale.

L'inchiesta prende le mosse dai “pizzini” trovati a Montagna dei Cavalli, nel covo in cui è stato arrestato Bernardo Provenzano, l'11 aprile 2006. In quei documenti, infatti, si faceva riferimento al fatto che bisognava aiutare il cognato di Totò Riina nel fargli ottenere contratti per la fornitura di supermercati. L'indagine, compendiata da due informative del Ros, però, finiva con un'archiviazione. Poi, l'11 gennaio 2010, nelle campagne di Monreale, vicino Corleone, è stato ucciso Nicolò Romeo e ciò ha permesso di riaprire il fascicolo e verificare come, dopo gli arresti di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dominus non solo della locale famiglia mafiosa ma di tutta l'organizzazione, era partita la corsa alla successione. Il bastone del comando a un certo punto sarebbe toccato a Giuseppe Grizzafi, nipote di Totò Riina. Ma la sua posizione sarebbe stata criticata da parte degli altri appartenenti a Cosa nostra, a causa di una sua presunta propensione al consumo di bevande alcoliche. Per cui il vero catalizzatore degli affari di famiglia sarebbe diventato Alessandro Correnti, cognato di Giuseppe Grizzafi, un misilmerese.

Una situazione che non poteva durare. Perché un misilmerese, seppur trapiantato a Corleone, non poteva guidare la famiglia di quel paese. E Giuseppe Grizzafi non era ritenuto affidabile. Le famiglie dominanti degli ultimi trent'anni di storia della mafia stavano rimanendo fuori dagli affari e, quindi, ecco che viene fuori la figura di Gaetano Riina, arrestato diverse volte ma mai processato per mafia. Pur non potendo rivestire una carica formale, vivendo a Mazara del Vallo, era “l’unica superstite persona anziana, depositaria delle antiche regole di Cosa nostra, e dotata del carisma e dell’autorevolezza che gli provengono dall’essere il fratello del capo dei capi”. Con cui, secondo le intercettazioni, parla “con gli occhi”. Alle porte c'era una ridefinizione dei confini territoriali con la famiglia di San Giuseppe Jato. La famiglia di Corleone rischiava la decadenza, ecco perché è stato “ripescato” il vecchio “zio Tano”. Che, come lui stesso dice senza sapere di essere intercettato, doveva vedersela con “teste moderne”: “Ci sono solo quaqquaraqqua” diceva ai suoi. Gaetano Riina è il tenutario dei vecchi segreti di Cosa nostra e cercava di spiegare come i limiti fra i due territori non era rappresentato dai confini amministrativi ma da un albero, indicato da antichi accordi: “Il confine è in quell'albero là e per me rimane tale”.

Non era solo una questione di “geografia” ma anche economica. Più grande è il territorio, maggiori sono gli introiti delle estorsioni. “Avete mandato cristiani estranei a chiedere il pizzo qua” rimproverava i rappresentanti della famiglia mafiosa confinante. Rabbioso nelle sue espressioni ma capace anche di fare il “paciere” come nella migliore tradizione mafiosa. Le indagini hanno anche rivelato come al suo cospetto si siano presentati addirittura il proprietario di una casa e il suo affittuario in lite l'uno con l'altro. Lo “zio Tano” era in grado di mettere una buona parola e chiudere la controversia. Esattamente come avrebbe fatto suo fratello.