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Amarcord

Gli autisti (e i nonni) di una volta


I nonni e gli autisti. Le macchine e le nonne. Gli autobus con l'accento sulla finale. Di una volta.

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, Le firme, Le idee
Ero vestito ra duminica. Ah, la forma. Pantalone scuro, mocassino nero che assorbiva tutte le lunghezze d’onda della luce di luglio, giacca bianca con tanto di papillon. Ero il più piccolo, un estremo dello spettro anagrafico. All’altra estremità stava il nonno. E infatti con lui me ne andavo come fossimo due compari. Stesso nome, stesso cognome. Bastava mezza parola o mezza occhiata e ce la intendevamo. Di figli e di padri non si parlava. Argomenti per le fimmine erano.


In fondo, era con i nonni che si travasava quel mosto di consuetudini che avrebbero fatto del piccolo uomo, un nuovo uomo titano. Quello che con una parola, ferma e rauca di centinaia di Marlboro, portava l’ordine nel trivolo in casa.
Il nonno, seduto sul sedile di quel Mercedes, mi prese sulle gambe. – Vieni ca ca ti fazzu guidare -.
Era una Mercedes presidenziale. Non ne fanno più così. Fungia longa, allestimenti in pelle chiara. Elegantissima. Se la era fatta prestare dall’amico autista di piazza per accompagnare la più giovane delle figlie alla Chiesa dove si sarebbe maritata. Occhi lucidi e un sorriso sornione aveva il nonno. Ché la figlia si maritava, ma al tempo stesso si levava di casa.
Che nostalgia. No, non per la zia. Per la Mercedes e per l’autista di piazza. Oggi all’aeroporto a Catania, da qualche paesello di provincia in Sicilia, si ci va con l’autobus, da pronunciarsi rigorosamente con l’accento sulla u, quella alla fine. Dove si prende un aereo (l’apparecchio) di una compagnia low cost. Anche mamme e nonne, che portano sempre più del loro peso, si partono cercando la via più economica per spostarsi portandosi dietro un pezzo delle loro credenze e stipu. E sono avventure.

Le vene varicose all’arrivo saltano fuori come ai culturisti durante la gare.
E pensare a quanto valeva una volta prendere l’auto di piazza e farsi portare. L’autista di piazza non era manco paragonabile a un comune tassista. Aveva l’aplomb, simile a quello di un maggiordomo inglese che serviva presso una nobile famiglia dello Yorkshire, ma invecchiato in una bella boccia di salamoia olive e carote di Sicilia. Veniva e prendeva la nonna fino a casa. L’aiutava a caricare le valigie. – Mi raccomando a questa, la metta di sopra che ci sono i biscotti - diceva la nonna. – Non si preoccupasse – rispondeva lui. - Lei è tanto garbato – chiosava la nonna, ipotecando gentilezza nei modi pure a Catania. La nonna, che si sedeva rigorosamente davanti, che dietro si nauseava già alla fine della salita della stazione, al suo ritorno avrebbe poi detto : - Veramente speciale il signore della macchina. Non ho sentito niente, manco il rumore del motore. Neanche un fosso ha preso, non come a te! -. Ce l’aveva con il nonno.
Fuori dal servizio l’autista di piazza, in piazza stava. A passeggiare. Era il campione dei perditempo. Ai suoi occhi non sfuggiva niente della vita cittadina: nascite, ricoveri all’Ospedale, morti, ammazzatine e corna. Tutti fotogrammi di cui aveva una didascalia.
Non c’è rammarico più grande del vedere arrugginire, abbandonato all’incuria del tempo il telefono che stava in Piazza, dentro una cassetta chiusa a chiave sopra un palo, al quale l’autista di piazza potevi chiamare.