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Il Lutto

E' morto Armando Vaccarella
Mi ha insegnato a nuotare


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Armando Vaccarella, giornalista e caporedattore del Giornale di Sicilia, ti insegnava a nuotare senza braccioli nel "mestieraccio". E' morto dopo una lunga malattia. Lo ricordiamo come un uomo che ha fatto la storia del giornalismo.

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E' morto a Palermo, dopo una lunga malattia, Armando Vaccarella, storica firma del Giornale di Sicilia. Aveva 73 anni. Nel quotidiano palermitano aveva cominciato l'attività professionale alla fine degli anni Sessanta. Si era prevalentemente occupato di informazione politica locale con articoli, inchieste, servizi di approfondimento. Del quotidiano era stato anche capo cronista. Negli anni Ottanta aveva ricoperto varie cariche sindacali tra cui quella di segretario regionale dell'Assostampa. I funerali si svolgeranno domani, alle 9,30, nella chiesa della Sacra Famiglia a Palermo.

PALERMO- Il giorno in cui, con il Cagiva grigio topo, varcai per la prima volta la soglia di via Lincoln, incontrai lui. Mi squadrò dall’alto in basso, abbozzò un sorriso, si fissò sul casco nero con la visiera abbassata: “Tu vuoi fare il giornalista? A me sembri un rapinatore…”. Sorrise, mi fece sedere, mi affidò il primo articolo, un pezzo sulle elezioni all’Ordine degli avvocati di Palermo. Era il 1986. Due anni dopo il Giornale di Sicilia mi assunse.

Grazie a lui, grazie ad Armando Vaccarella. E’ morto stamattina, lacerato da una lunga malattia che non gli dava tregua da quasi un decennio. E’ morto e lascia un vuoto nel giornalismo siciliano, più di quanto si possa immaginare. E’ stato il mio maestro, quello che mi ha gettato in mare senza braccioli: “Da oggi ti occupi del Comune – mi disse due giorni dopo l’assunzione – Mi volle lui in cronaca, una cronaca fatta di mostri sacri. C’erano Anselmo Calaciura e Sergio Raimondi, Giovanni Chiappisi e Delia Parrinello, Giorgio Mulè che sarebbe diventato direttore di Panorama, Ciccio Badalamenti, Mario Genco. E c’era lui. Caramelle di carrubba e caffè sempre sul tavolo. Le immancabili Ms senza filtro. Alle 9,30 era già al giornale, il primo di tutti. Se ne andava a mezzanotte. A pranzo mi faceva scoprire trattorie improponibili, nelle viuzze del centro storico. I dieci chili e passa messi a cavallo degli anni Novanta sono tutti colpa sua.

Era esigente, burbero, professionale al massimo: “Oggi te ne vai a Cefalù a seguire il dibattito in consiglio comunale su mafia e appalti. Prima però scrivimi due, tre pezzi che la cronaca comunale langue”. Non sapevo nulla di questa storia, mi documentai sulle collezioni dei giorni precedenti, ai tempi internet e google non esistevano. Alle quattro del pomeriggio mi alzai.

"Armandù, io scappo a Cefalù perché sennò faccio tardi

E gli articoli che mi dovevi lasciare?

Niè, non ho avuto tempo, mi sono studiato le carte

Bene, allora continua a studiartele, vatti a fare un giro a Villa Giulia perché a Cefalù ci mando un altro".

La lezione mi servì per la vita. Lo adoravo e lui adorava me. Il giorno in cui un poco conosciuto imprenditore lo chiamò per raccontargli una brutta storia di ricatti ed estorsioni mi convocò nella sua stanza: “Vallo ad intervistare, si chiama Libero Grassi, è un mio carissimo amico”. Andai alla Sigma, lo intervistai, quell’intervista diventò una sorta di testamento spirituale dell’imprenditore ucciso dalla mafia. E mi inviò a seguire il Papa, poi con Giuseppe Sottile decisero di spostarmi alla cronaca parlamentare, una svolta in un giornale che non aveva mai affidato ad un giornalista interno la cronaca di Ars e Regione.

Era un pozzo di memoria Armando. Era diventato caporedattore dopo aver seguito per anni il Comune. Soffriva perché non lo facevano più scrivere, non lo soddisfacevano quei fondini in prima pagina sui numeri delle incompiute. Un numero al giorno per contare i giorni di ritardo delle amministrazioni: da quanto tempo aspettiamo lo svincolo di via Perpignano, il sottopasso di via Crispi, il parcheggio di viale Francia? Venti righe, sempre le stesse. Sino a quando un bel giorno si prese di coraggio e all’ennesima telefonata del condirettore che gli chiedeva conto e ragione su quanti giorni erano passati dall’avvio della campagna per il restauro del Teatro Massimo, il buon Armando se ne uscì con un numero sparato a casaccio: “1.585 giorni, direttore”. Non era vero, ma quel numero uscì in prima pagina sul giornale. E divenne verità assoluta. Qualche giorno dopo, sarà stata una coincidenza, la campagna sui numeri si chiuse definitivamente.

Era spettacolare Armando. Invitava i politici nella sua stanza, politici che poi intervistava dagli studi di Tgs, e a tutti diceva la stessa frase: “Caro assessore, sei l’unico assessore che non sembri assessore”. “Caro onorevole, sei l’unico onorevole che non sembri onorevole”. E loro, come tanti pavoni: “Ma grazie, Armando, che belle parole…”. Non capivano che li prendeva in giro, che la sua era solo e semplicemente una feroce satira. La stessa che metteva in campo quando non gli andavano a genio certe iniziative della direzione: "Armando, allora, voglio pubblicati tutti i nomi dei vincitori di concorso alle Asl

Va bene, ma perché non pubblichiamo anche quelli che il concorso non l’hanno vinto?

Ottima idea, procedi

E lui rilanciava.

Anzi, sai che ti dico. Perché non pubblichiamo pure i nomi dei dipendenti che vanno in pensione? Così la gente non li va a trovare più negli uffici

Bravo Armando, bella idea

Lui alzava gli occhi al cielo. E mi sussurrava ridendo di gusto: “Non ci posso credere”".

Alle otto e mezzo di sera il rito della “Caccia alle brevi” gridato a squarciagola faceva ridere tutto il giornale. L’ha pronunciato l’ultima volta il giorno in cui, mi pare fosse più o meno tredici anni fa, fu pensionato insieme ad un’altra decina di colleghi. Era deluso perché sperava di poter dare ancora qualcosa. Mi diede le chiavi della sua stanza di caporedattore: “Da oggi questa è tua”. E si mise a piangere. Le stesse lacrime che oggi gli dedico.

La redazione di Livesicilia si unisce ai familiari e a coloro che hanno voluto bene ad Armando.