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La tragedia di Palermo

Non è la prima volta


Nel marzo del 1999 il crollo di via Pagano. Di quella tragedia si discusse a lungo, ma non abbastanza. Se così non fosse stato, non ci stupiremmo, oggi del crollo di via Bagolino.

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PALERMO - Via Sebastiano Bagolino, zona Cantieri, poche ore fa.
Eppure era già successo. Non ieri: nel 1999. E’ vero, sembrano passati secoli. Però sono solo 13 anni e nove mesi. Incredibile come ricordi che si direbbero recenti perdano colori e urla in poco più di un decennio. Vizio della memoria collettiva in questo scorcio di secolo: più un accessorio che una risorsa insostituibile.

Era un marzo quando la palazzina di sei piani al numero 5 di via Giuseppe Pagano, traversa di corso Calatafimi, cominciò a stridere. Il suo era un lamento d’allarme. Ciascuno degli abitanti lo colse come poteva e come voleva. Alcuni abbandonarono gli appartamenti, altri no. Si trattava di persone avanti con gli anni, e si può immaginare come fosse duro, per chi aveva messo radici tra quattro mura, strapparle di punto in bianco. Persino di fronte alla minaccia di un cedimento strutturale che non avrebbe dovuto mai verificarsi. Si è scritto e denunciato tanto in merito al crollo di via Pagano. Si è parlato di incuria dei proprietari, di resistenze degli inquilini, di riunioni condominiali andate a vuoto quando si era discusso di messa in sicurezza. Ma questo non mi compete: qui cerco di riattivare la memoria.

Perché io, in qualche modo c’ero. Di fronte alla palazzina rimasta nella storia per la sua improvvisa scomparsa, abitava un mio amico (si chiama Nicola Narisi, oggi vive in via Oreto e tranquillizzatevi: è vivo, ha famiglia e sta bene). Casa sua è stata a lungo scenario di confidenze, risate e battibecchi tra me e lui, quando eravamo poco più che adolescenti. E, se la memoria non mi inganna, dalla veranda-cucina di quell’appartamento, al di sopra di un acquario di pesci tropicali vittima di scherzi durante le feste a casa Narisi (abbondanti libagioni di amaro Averna versato di nascosto sui poveri pesci, per dirne una) si intravedeva il famigerato civico 5. Lo rammento misero alla vista: balconi sbreccati con i tondini di ferro scoperti.

Ma di palazzi feriti così a Palermo ce ne sono tanti. Si sopravvive all’idea del peggio ripetendosi che qualche calcinaccio in meno non vuol dire necessariamente tracollo imminente. Si medica la struttura sbucciata con una specie di garza verde, e si tira avanti. In via Pagano si erano fatti i conti senza l’oste. Nella sera del crollo che uccise tre persone e cancellò di netto la palazzina – il giorno prima c’era; quello dopo ne restava solo una sorta di ombra cinese, una sagoma fosca, l’impronta di esistenze umane incrostata su un muro, come di una sfuriata di fiamma – telefonai al mio amico. Lui, la voce rotta dalla paura, mi disse soltanto che la sua veranda era invasa dalla polvere. Non vedeva altro. Lasciai decantare il trauma. E seppi dopo, dalla sua viva voce, delle miserie e delle bizzarrie che si affollano attorno alla scomparsa di un palazzo. Per esempio, del noto giornalista di una tv commerciale che, pretendendo di intrufolarsi nell’area dei soccorsi, prese di petto uno dei vigili del fuoco – impegnato a cercare tre morti, tra i quali un suo collega – sguainando il più disgustoso dei “lei non sa chi sono io”. Fu bello sentire che il pompiere lo mandò fieramente affanculo. A questo, nel racconto del mio amico, si aggiunse quello macabro degli sciacalli, che per settimane imperversarono nella voragine lasciata dal palazzo imploso, in cerca di poveri tesori.

Del crollo di via Pagano si discusse a lungo, ma – ne sono convinto – non abbastanza. Se così non fosse stato, non ci stupiremmo, oggi di quello della zona dei Cantieri. Probabilmente non ne avremmo motivo, perché non si sarebbe verificato. La memoria. Questo indispensabile, trascurato accessorio.