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La tragedia di via Bagolino

La notte di Palermo senza più albe
Perché è normale morire così?


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Orlando in via Bagolino (foto Tuttilmondo)

Il lutto, il dolore, lo sgomento. Sono sentimenti comprensibili nella tragedia delle palazzine crollate in via Bagolino. Ma è necessaria una domanda: perché?

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PALERMO- Camminando, di notte, nella polvere di via Bagolino, ti vengono incontro i fantasmi. Sono quasi le undici. Il giorno prima, la tranquillità si preparava a indossare il pigiama per andare a dormire. Il crollo delle due palazzine l’ha sorpresa. Forse non è nemmeno polvere, ma cenere: il falò delle intenzioni dell’alba. Ignazio, Antonino, Maria, Elena erano immersi nel fastidio del quotidiano. Qualche chiacchiera usuale. Un sorso di tv. Senti come si è abbassata la temperatura. Buonanotte, ci rivediamo domani. Sono loro i fantasmi della notte? Non solo. Questa è la Palermo maledetta che nemmeno sa di esserlo, perché si illude di avere trovato una sua formula di sopravvivenza tra l’accettabile e il peggio. Non siamo allo Zen che almeno possiede la retorica della dannazione. La cittadella che costeggia il Cantiere navale è un ammasso di casupole diroccate e di volti devastati. Fortuna che ne crolli un pezzetto ogni tanto, che non ci sia un bollettino dei morti al minuto.

Il buio illumina lo sfacelo. Le macerie ammonticchiate che sembrano fragili nell’immobilità e sono state più forti delle persone. I curiosi che passano e si additano reciprocamente l’ammasso di detriti. Due vigili urbani raggelati dal freddo e dal fascino che lo spettacolo suscita nei viaggiatori delle ventitré. I lineamenti oltraggiati di una donna in una macchina rossa. Chissà se sta soffrendo, o se quell’espressione disseminata di rughe, amarezza, e canyon di rabbia, è la maschera di un essere umano che ha dimenticato la felicità. Ecco i fantasmi. I morti che erano affacciati al balcone, che pensavano al sonno e al risveglio, che formicolavano di dentifrici, palpebre pesanti e inquietudini. Un campionario della relatività spazzato via dall’assoluto alle 23.13.

Ci sono altri spettri. Siamo nella città dilaniata. A non molti passi da qui un sacerdote si inerpicò su un balcone per lanciarsi nel vuoto. Un uomo fu massacrato e ucciso a bastonate e colpi di casco davanti all’edicola. Un altro palazzo, divorato dalle fiamme, cadde su un vigile del fuoco, ricordato da una lapide piena di escrementi di cani.

E poi c’è il fantasma del sindaco. Leoluca Orlando si è sfibrato per restare accanto alla sua gente, senza curarsi della stanchezza. Uno scatto l’ha sorpreso con le guance crollate come la palazzina e gli occhi stanchi. Nell’aria un fumetto immaginario, l’ultimo fantasma, una domanda: perché? Perché. Perché è normale morire da topi sotto le pietre? Qualcuno ha sbagliato? Qualcuno deve avere sbagliato. Qualcosa deve essere andato storto. Le palazzine di via Bagolino non sono venute giù per il destino cinico e baro, per una fuga di gas, per una manata di Dio. Il dramma di un martedì indimenticabile è il risultato di una scelleratezza incerta nei contorni, sicura nella sostanza. Ecco perché interroghiamo il nostro perché, lo mastichiamo e lo risputiamo con un sentimento dell’ineluttabile.

La storia della strage dei Cantieri navali si iscrive nel libro nero di una città tutta maledetta che non vuole discostarsi dalla sua sorte di perdizione. Non solo non riusciamo a rispettare le regole. Facciamo in modo che gli errori producano gli effetti più letali possibili. Siamo bravissimi a coniugare migliaia di azioni con la catastrofe finale.
Lo abbiamo letto nello sgomento di Orlando. Dentro le sue pupille velate c’era il lutto, c’era la povertà, c’era la sporcizia, c’era la violenza. C’era il cancro che non ci abbandona. Palermo sta crollando. Ormai la notte non finisce più.