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L'inchiesta del mensile S

Tutti gli affari
di Vito Roberto Palazzolo


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Il boss catturato in Thailandia ha ottenuto una nuova identità a pagamento in Sud Africa. Ecco gli interessi del riciclatore dei soldi di Riina e Provenzano. L'inchiesta sul mensile "S" di giugno.

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Ad aprile lo hanno bloccato a Bangkok. Nella capitale thailandese è finita la latitanza dorata di Vito Roberto Palazzolo. Il fiuto dei carabinieri del nucleo investigativo di Palermo, del Ros e dell’Interpol lo ha scovato in aeroporto. Sul boss, partito da Terrasini e diventato un potente uomo d’affari del Sud Africa, pesa una richiesta di estradizione della procura di Palermo. Le autorità thailandesi stanno valutando, e soprattutto traducendo, decine e decine di pagine di atti processuali per decidere cosa fare, mentre il suo avvocato, Baldassare Lauria, continua a definire illegittima la richiesta di estradizione. In Sud Africa, paese dove Palazzolo ha vissuto un trentennio con una nuova iden- tità, non esiste il reato di associazione mafiosa. Reato costato a Palazzolo una condanna a nove anni. La sentenza definitiva è del 13 marzo 2009.

Prima e dopo questa data c’è la storia di un uomo che lontano dalla Sicilia ha fatto soldi a palate. Una dimestichezza con il denaro che gli è servita per guadagnarsi sul campo i gradi di riciclatore dei soldi dei mafiosi. Di Totò Riina e Bernardo Provenzano, in particolare, come hanno dimostrato le indagini coordinate dal pubblico ministero Gaetano Paci. Palazzolo, affiliato al clan di Partinico, si è sempre messo a disposizione dei boss siciliani. Alcuni li ha pure ospitati mentre erano latitanti. In Sud Africa hanno trovato riparo, dal marzo al giugno del 1996, Giovanni Bonomo e Giuseppe Gelardi, legati al capomafia Giovanni Brusca. La condanna che gli è stata inflitta riguarda episodi successivi al 29 marzo 1992. Per l’epoca precedente, infatti, è stato assolto dal reato di mafia, non da quello di avere fatto parte di un’associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefa- centi. E chi c’era imputato assieme a lui? Una sfilza di boss.

Da Pasquale Cuntrera a Pasquale Caruana, da Leonardo Greco a Totò Riina. Erano gli anni della Pizza Connection, quando la mafia siciliana acquistava tonnellate di morfina in Turchia, la raffinava in Sicilia e poi riempiva il mercato americano di eroina, spacciata attraverso una fitta rete di pizzerie e ristoranti gestiti da sici- liani espatriati. Gli incassi, milioni e milioni di bigliettoni verdi, venivano riciclati in Svizzera grazie alla preziosa collaborazione di Palazzolo. Nel paese elvetico Palazzolo è stato arrestato il 20 aprile 1984 su ordine della magistratura siciliana. Per evi- tare l’estradizione confessò di avere commesso un reato in Svizzera. E lì è rimasto fino alla fuga. Approfittando di un permesso natalizio di trentasei ore, il 24 dicembre 1986, salì su un volo per il Sud Africa. Il passaporto svizzero esibito alla fron- tiera ed intestato a Stelio Domenico Frappoli, suo compagno di cella, non destò sospetti e gli consentì di mettersi in tasca un permesso turistico valido fino al 21 gennaio 1987. A mali estremi, rimedi estremi.

Quando la notizia venne a galla Palazzolo decise di darsi una nuova identità. Gli bastò trasferirsi nella Repubblica indipendente del Ciskei (una piccola enclave riconosciuta solo dal Sud Africa e oggi riassorbita nel territorio di quest’ultimo) e pagare 20.000 Rand, che oggi varrebbero duemila euro, per diventare il signor Robert Von Palace Kolbatschenko. Da qui in Namibia dove, grazie al matrimonio con Tsirtsa Grunfeldt, una donna di origine israeliana, si cucì addosso i vestiti della apparente rispettabilità. A quel punto anche per il Sudafrca smetteva di essere un ospite inde- siderato. Il vecchio Vito Palazzolo, con il suo scomodo passato, non esisteva più. Non per gli investigatori e i giudici italiani che ne hanno ricostruito la carriera criminale. Impossibile cancellare con un colpo di spugna gli anni della Pizza Connection.

Montagne di soldi arrivavano in Svizzera nascosti nel doppiofondo delle valigie. Trecentomila dollari ad ogni viaggio. Poi, quando i boss capirono che era troppo rischioso, Palazzolo si inventò la compensazione tra istituti bancari e società finanzia- rie con sedi a New York e in Svizzera. Palazzolo sapeva bene quali canali attivare. All’epoca, infatti, era titolare della società Pa.Ge.Ko. Ag, ufficialmente operante nel settore della progettazione, della locazione e della vendita di complessi immobiliari e industriali. Un colosso con sedi in Svizzera e Germania, e filiali a Montecarlo, Honk Kong e Singapore. La Pa.Ge.Ko è stata consociata con la Cristel Biersak Import Export Gmb con sede a Costanza, il cui am- ministratore era Antonino Madonia della famiglia mafiosa di Resuttana. Le inchieste per riciclaggio hanno coinvolto anche i familiari di Palaz- zolo: il fratello Pietro Efisio, la sorella Maria Rosaria, la cugina Anna e il marito Achille Fassina. Alcuni miliardi di lire e qualche milione di dollari statunitensi, provenienti dal traffico internazionale di sostanze stupefacenti, furono trasferiti, tra il 1986 e il 1988, da Terrasini a Lugano tramite tale Franco Campisi e Vittorio Gregis. A Lugano le somme venivano consegnate a Frapolli, l’uomo del passaporto, e da qui portate a Singapore da alcuni corrieri di ori- gine elvetica, dove venivano conse- gnate a Pietro Efisio e reinvestite in beni immobili e attività commerciali in Sud Africa. Paese dove in passato risultano contatti tra Palazzolo con Andrea Manciaracina, reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo.

La sorella Sara sarebbe la persona con cui Palazzolo ha mantenuto, fino all’arresto in Thailandia, i contatti con la Sicilia. Avrebbe fatto da raccordo fra il fratello e coloro che hanno avuto necessità di discutere con il latitante. Numerosi sono i contatti fra Sara e Vito, quasi tutti partiti da telefoni pubblici. In Sud Africa Vito Roberto Palazzolo ha costruito una fortuna. Ge- stice le sorgenti di Franschhoek, a Città del Capo, la cui acqua riempie le bottiglie “La Vie” servite a bordo degli aerei della “South African Air- ways”. È stato anche titolare di due corpi di vigilanza privati, Ops e Pro- Security, composti da cittadini russi e marocchini, noti per avere stretto nella morsa del racket alcuni commercianti italiani a Città del Capo. E ancora, Palazzolo è proprietario, assieme ad altri soci, dell’esclusivo night Hemingway Club, di gran moda fra gli italiani. Non a caso italiano è il direttore. Affari in cor- so anche in Namibia dove divide con un cittadino di origine ebraica, Steve Phelps, la proprietà di un alle- vamento di struzzi da riproduzione. Un business che Palazzolo avrebbe voluto esportare in Sicilia. In Angola l’ex latitante è socio della “Rcb Corporation L.d.a.”, che si occupa dell’estrazione di pietre preziose.

Tra i suoi contatti c’è anche un tale Mattei Santarelli, arrestato per ricettazione nel 1991 a Windhoek, sempre in Namibia, e segnalato per possesso illegale di pietre preziose. Roba da un miliardo di lire. Anche il fratello Pietro Efiso Palazzolo si è messo in affari con i diamanti. A Città del Capo è proprietario, infatti, della compagnia Von Palace Diamond Cutter. I diamanti sono una passione di famiglia. Vito Roberto Palazzolo ha amicizie importanti in Sud Africa. Siede nei salotti buoni. Compresi quelli della politica. Una rete di relazioni che che hanno fatto del ricco paese africano la sua meta ideale.