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La timpulata Allegra

I separati e l’elisir
d'eterna giovinezza


Un viaggio nella vita di coppia e, specificatamente, all'interno delle cause principali che portano alla separazione.

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Stare insieme una vita è difficilissimo, perché prevede che ciascuno di noi sia disponibile a comprendere, perdonare, a volte anche a sopportare le diversità dell’altro. Due sono le cause principali che determinano l'aumento esponenziale delle separazioni. Analizziamole...

Vogliamo parlare della nuova coppia che mette al mondo altri figli. Bene, dopo alcuni anni si ritroveranno a Natale i figli della nostra lei, i figli del nostro lui e i figli della nuova coppia. Non credo sia necessario scomodare Freud o Jung per rendersi conto che queste “famiglie allargate” possono comportare inevitabili problemi

Non è necessario riportare i dati dell’Istat (peraltro più che eloquenti a tal proposito) per sapere che il numero delle separazioni coniugali negli ultimi 20 anni è vertiginosamente aumentato. E tutti noi, quotidianamente, verifichiamo, con disarmante regolarità, questo incremento esponenziale di “amici che si lasciano”. Le riflessioni che mi accingo a fare (sgombriamo subito il campo da questo equivoco), nulla hanno a che vedere con gretti moralismi o con, peraltro rispettabilissimi, credi religiosi. Una realtà confusa e confusionaria come la nostra, che a tutti dà la fallace sensazione di poter avere tutto, di poter essere tutto, mina alle fondamenta la famiglia, asse portante della nostra civiltà plurimillenaria. Quando nel '74 si votò per il referendum abrogativo della legge sul divorzio io non avevo ancora diritto di voto (avevo 20 anni, ma allora si poteva votare a 21). Certamente, però, se avessi potuto, avrei votato con piena convinzione per il divorzio. Cosa che, peraltro, farei anche domani. Quindi non è di questo che voglio parlare; bensì della superficialità con cui si contrae un matrimonio e principalmente della ancor maggiore superficialità con cui si decide di “rompere tutto” e di “riprendersi la propria libertà”.

Stare insieme una vita è senz’altro difficilissimo, perché prevede che ciascuno di noi sia disponibile a comprendere, perdonare, a volte anche a sopportare le diversità dell’altro. Invece la nostra società, proponendo modelli fittizi di perfezione e famiglie “mulino bianco” di plastica, insieme con la certezza mediatica che si può avere tutto, induce ad essere insofferenti, a non accontentarsi e a cercare una felicità che non esiste. Ed allora ci si lascia per un nonnulla, non si è disposti a perdonare, a cercare di ricucire gli strappi, a portare avanti un progetto di grande spessore, superando le piccole incomprensioni del quotidiano. Due sono le cause principali che hanno determinato questo aumento esponenziale delle separazioni e le analizzerò in ordine di rilevanza.

La prima è quella che si può definire la categoria dei “non voglio cambiare casella” ed è solitamente caratteristica del maschio. Mi riferisco al quarantacinquenne/cinquantenne professionista, imprenditore, commerciante o impiegato che sia, il quale è assolutamente convinto che per lui il tempo non passi mai. Continua a vestirsi come faceva negli anni ’70 (ovviamente in modo riveduto e corretto), frequenta i pub dei ventenni, è un atleta modello con presenza bisettimanale in palestra e jogging il sabato e la domenica, corre in motocicletta. Come può il nostro eroe sopportare una moglie che (poverina lei) non è più quella che lui ha sposato 20 anni prima? Logica conseguenza di questo scollamento tra come sono rimasto e come invece tu sei diventata è che quando incontro la mia nuova “coetanea” ventiseienne io, che ho bevuto l’elisir di gioventù, non posso non fare una “scelta di libertà”, di “coerenza con quello che sento”, di “rispetto delle mie emozioni”. Insomma ti mando a fare ……, sacrificando quel poco o quel tanto che insieme abbiamo costruito, sull’altare di un desiderio spasmodico di continuare ad essere e, principalmente, di continuare a dirmi di essere giovane, sessualmente strepitoso, cristallizzato nel tempo della giovane maturità. Inoltre oggi, a differenza di 20 anni fa, ho una certa disponibilità economica e quindi mi sento anche molto, ma molto più forte di prima. Peraltro di fronte a un marito che dà segni di “irrequietezza”, la moglie oggi, invece di cercare di riconquistarlo, di perdonarlo e di riallacciare con il dialogo quello che magari per effetto della ripetitiva quotidianità si è usurato, troppo spesso decide in fretta che le loro strade devono dividersi perché lui ormai non è più degno di lei in quanto “ha preso una sbandata per una ragazzina”.

Per converso oggi, a differenza di ieri, sono spesso le donne a decidere di lasciare i mariti perché si sentono “trascurate” e, quando si vedono oggetto di attenzione da parte di altri uomini, ritengono (in ciò maledettamente sollecitate dal modello imperante massmediale di edonismo) di dovere correre verso il miraggio di una intravista felicità, calpestando diritti dei figli, rispetto per il partner, sofferenze degli altri. A tal proposito non v’è dubbio che l’indipendenza economica delle donne (peraltro grande e irrinunciabile conquista di civiltà del secolo appena terminato) abbia giocato e giochi un ruolo non secondario nel pensarci un po’ meno a separarsi. È chiaro che ho riportato modelli fin troppo schematici, ma che vogliono essere soltanto esemplificativi di ciò che in modo certamente più articolato oggi però spesso succede.

Vi sono, e ne sono convinto, tante altre cause per le quali le persone si separano, molte delle quali assolutamente giuste e ragionevoli, ma io qui ho voluto enfatizzare, in modo semplice, alcune delle troppo frequenti e tristissime cause che stanno alla base della rottura di uno dei pochi capisaldi che ancora viene riconosciuto come tale dalla nostra schizofrenica società.

Se vogliamo poi provare a vedere cosa succede ai protagonisti, dopo le tanto agognate separazioni, allora viene davvero da mettersi le mani ai capelli.

Il nostro eroe che abbiamo lasciato tra le braccia suadenti della sua “coetanea” ventiseienne, dopo qualche tempo, o dalla stessa viene abbandonato per un suo (questa volta vero) coetaneo o è lui stesso, il nostro quarantacinquenne/cinquantenne, a rendersi conto che il gap generazionale non permette di condividere con “Lei” altro se non sesso, sesso e ancora sesso (con l’indispensabile supporto del Viagra o del Cialis che sia). E allora il “nostro” comincia a girovagare tutte le sere tra un locale e l’altro, tra una festa e l’altra, tra una mostra e l’altra alla ricerca di una nuova “Lei” con cui, per un mese o un anno, ricominciare ad illudersi che lui è un uomo capace di dare e di ricevere emozioni forti e che può vivere la vita sempre sulla cresta dell’onda della felicità. La cosa tristissima è che quando ti ritrovi a parlare a carte scoperte con questi uomini “sempreverdi” ti rappresentano una disperazione senza fine.

Se poi vogliamo parlare delle ex mogli, oggi single, e vogliamo dire pane al pane e vino al vino, queste donne, quasi sempre, hanno reali problemi economici perché con il loro reddito e quel poco che il marito passa loro per i figli non riescono a mantenere il tenore di vita che avevano e cui erano abituate prima della separazione (molto spesso nel Mezzogiorno il reddito del marito è di gran lunga superiore a quello della moglie). Anche loro spesso passano da una relazione di breve durata ad un’altra e vivono una profonda insoddisfazione inseguendo un desiderio di perfezione e di godimento totale che, scontrandosi con la realtà, naufraga in una tempesta di problemi che sono di gran lunga più gravi e ingestibili di quelli che si volevano superare o abbandonare.

Certamente non si può e non si deve generalizzare, perché vi sono coppie che provenendo da precedenti disastrose esperienze coniugali vivono nuove soddisfacenti e bellissime realtà, ma purtroppo nella maggior parte dei casi le persone che si lasciano stanno molto peggio di come stavano prima.

Se, come detto, i separati non stanno poi tanto bene, figuratevi i figli che certamente la separazione non l’hanno voluta, ma soltanto subita. Tre giorni con mamma e tre giorni con papà, i vestiti divisi tra due case, i libri da trasportare come pendolari tra le due abitazioni, la necessità di dovere entrare in un rapporto familiare con i diversi partner che, man mano, si succedono a frequentare le case dei due genitori. Che confusione e che incomprensibile caos.

A tal proposito devo dire, e lo voglio dire senza alcuna perifrasi, che non mi piacciono queste “famiglie allargate”, o meglio queste “famiglie allargate a tutti i costi”. I figli di lui devono rispettare la compagna del genitore e divenire anche amici dei figli di lei; devono passare le vacanze insieme e, possibilmente, devono anche sentirsi come fratelli. Poi, peraltro, devono divenire amici e sentirsi fratelli anche dei figli del lui della mamma. Quanti amici e fratelli mai cercati!

Vogliamo parlare anche della nuova coppia che mette al mondo altri figli. Bene, dopo alcuni anni si ritroveranno a Natale o in vacanza i figli della nostra lei, i figli del nostro lui e i figli della nuova coppia. Non credo sia necessario scomodare Freud o Jung per rendersi conto, con un po’ di buon senso, che queste “famiglie allargate” possono comportare tanti, inevitabili problemi di deleteria comparazione affettiva.

So bene che queste cose non bisogna dirle: non soltanto perché non è “politically correct”, ma anche perché tanti amici cari si trovano in questa situazione e noi stessi, domani o dopodomani, ci potremmo trovare in una situazione analoga.

Ma credo che, anche se dolorose, certe cose invece vadano dette. È chiaro che esistono anche realtà affettive nuove e complesse dove l’equilibrio degli attori rende possibile una convivenza di tutti nel rispetto dei ruoli e delle diverse figure con un vissuto grandemente sereno da parte dei figli, innocenti coprotagonisti di questa complessa nuova realtà. Ma, se devo essere sincero, ritengo siano queste l’eccezione e non la norma.

Non sarebbe più giusto e anche più corretto lasciare i figli fuori dalle proprie nuove storie o rapporti affettivi, uno o dieci che possano essere? Mi rendo perfettamente conto che questa è una scelta molto più costosa oltreché meno comoda del “tutti insieme appassionatamente”, ma anche più rispettosa dei diritti dei terzi che, peraltro, non hanno modo di poter dire la loro.