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Mamma, li giudici!


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Non esiste il Partito dei Giudici, perché in magistratura convivono sensibilità diversissime e non omologabili in una sintesi. I magistrati hanno diritto all'opinione come tutti. Ma la militanza attiva rischia di essere una ferita per la democrazia.

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Vogliamo davvero il Partito dei Giudici, ci conviene il PdG? E' il coro di domande che si leva dopo la candidatura di Piero Grasso, aggiunta alla già proclamata discesa in campo (o salita in politica, dipende) di Antonio Ingroia. E' un riflesso comprensibile. Ma sbagliato. Prendiamo ad esempio le biografie dei magistrati di cui si parla: non esistono personaggi più lontani – nella loro dimensione pubblica e probabilmente nelle convinzioni private – di Grasso e Ingroia. Si possono dare letture a vantaggio di uno e discapito di un altro, come ci ricorda la censura operata da Travaglio sul “Fatto” nei confronti del quasi ex procuratore nazionale antimafia. Resta l'oggettivo divario tra due modi contrapposti di intendere la funzione del giudice e quella del politico.

Piero Grasso – da sempre teorizzatore del metodo falconiano: prima le prove, poi il processo – è un esponente moderato, nulla a che spartire - sovviene l'amarcord - col Di Pietro incoronato al Mugello, celebrante D'Alema. Antonio Ingroia è un ardito del comma e della rappresentanza. Le differenze saltano all'occhio. L'ex procuratore capo di Palermo si tuffa nel suo nuovo mare, dopo avere abbandonato per sempre le antiche acque. L'allievo di Paolo Borsellino concorre per lo scranno con la toga sulle spalle.
E' dunque impossibile, anche col più sfrenato volo di fantasia, immaginare una sintesi nel famigerato Partito dei Giudici che non nascerà mai. Ci sono singole carriere giudiziarie che tentano il salto nel grande gioco, ponendo come base il consenso che hanno maturato in virtù del ruolo.

In proposito le obiezioni vengono spontanee.  Che un giudice sia un cittadino col diritto-dovere di una civica opinione e la possibilità di esprimerla è un dato incontrovertibile. Forse non è poi un danno, né sintomo di parzialità, se un magistrato rende esplicito il sentimento della partecipazione. C'è un'onestà di fondo nel distinguere tra la trincea della giustizia e la battaglia della politica, che è fatta perfino di idee, non solo di potere, schieramenti contrapposti e interessi reciproci da garantire. C'è da sentirsi rassicurati quando un Grasso o un Ingroia esprimono una simpatia alla luce del sole, perché questo è proprio il modo di tenere lontana la partigianeria dalle sentenze o dalle imputazioni, ammettendo che il giudice-giudice e il giudice-elettore siano – come è naturale che sia – soggetti irriducibili, che agiscono in contesti dissimili, che non portano né il codice nell'urna, né la scheda elettorale in un'aula di tribunale, quando si opera nella piena trasparenza e con autonomia di giudizi.

Ma se un magistrato si candida, se trasforma la sua collocazione in militanza attiva, tutto cambia e si capovolge. Si crea una schizofrenica commistione tra l'approvazione ricevuta in quanto figura super partes, di garanzia e un voto ricercato come esponente di una parte, che non può essere garanzia del tutto. Qui e non altrove sta la ferita inferta alle corrette proporzioni della democrazia.