"Beni confiscati, vi racconto | progressi e problemi" - Live Sicilia

“Beni confiscati, vi racconto | progressi e problemi”

Il prefetto Giuseppe Caruso

Beni confiscati, il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'agenzia che li gestisce, spiega a Livesicilia le difficoltà che incontra nel suo lavoro. E come potrebbero essere risolte.

Intervista al prefetto Caruso
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6 min di lettura

PALERMO– L’istituzione dell’ Agenzia nazionale per i beni confiscati alla mafia, nel 2010, ha innescato una vera e propria rivoluzione copernicana nell’universo del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata. Sono oltre tremila i beni in gestione dell’agenzia su tutto il territorio nazionale. Il 43,60 per cento di questi si trova in Sicilia. Ne parliamo con il direttore dell’Agenzia, il prefetto Giuseppe Caruso.

Prefetto Caruso, che peso ha nella lotta alla mafia la misura della confisca?
“E’ il completamento ideale alla lotta alla criminalità organizzata, che non si può fare solamente attraverso le azioni militari degli arresti, ma che va completata con l’aggressione ai patrimoni che sono stati acquisiti dai mafiosi”.

L’agenzia gestisce oltre undicimila beni in tutto il territorio nazionale, la maggior parte sono stati assegnati?
“Io non do molto credito ai numeri, ad ogni modo la maggior parte dei beni sono stati assegnati adesso ne sono rimaste alcune migliaia. Sono e possono sembrare tanti, il problema è che potrebbero restare tanti se normativamente non s’interviene per eliminare le criticità che molti di questi immobili hanno e che rendono impossibile la destinazione”.

Che tipo di beni vengono assegnati?
“Noi assegniamo beni già prontamente fruibili. Non ha senso destinare a un comune, già gravato da altre spese e da difficoltà economiche, un bene sul quale bisogna intervenire massicciamente con dei lavori. Se un bene non è nelle condizioni per essere assegnato tanto vale tenerlo. Questo sicuramente farà statica sui numeri dell’agenzia, ma Il problema è quello di eliminare le criticità e trovare gli accorgimenti tecnici e normativi prima dell’assegnazione”.

Quali sono, se ci sono, le criticità del lavoro dell’agenzia?
“Ci sono, eccome. Io le ho fatte presente in tutte le sedi. Già da tempo ho sollevato le questioni a chi di competenza: ho fatto il quadro della situazione e accanto ai problemi ho prospettato le proposte”.

Uno degli aspetti negativi riguarda l’organizzazione interna, soprattutto per quel che concerne la carenza di personale.
“I problemi dell’agenzia sono di natura organizzativa: io fino a questo momento ho aperto cinque sedi in tutta Italia, la legge prevede che io ne possa aprire altre cinque. L’ideale sarebbe aprire un’altra sede in Sicilia, a Catania, dove è presente circa il 33,5 per cento dei beni confiscati (il 29 per cento di questi è concentrato solo a Palermo). Un’altra sede la aprirei in Puglia, nella zona criminale della sacra corona unita, e precisamente a Bari una zona ad alta concentrazione criminale”.

Perché questi progetti sono fermi?
“Mi sono fermato perché aprire sedi significa avere personale in più che non ho. Con la legge stabilità è stato approvato l’emendamento che riguarda l’ampliamento dell’organico dell’agenzia che, però, è stato un passo avanti e mezzo indietro”.

In che senso?
“Un passo avanti perchè il personale complessivo di cui posso avvalermi è adesso di 130 unità. Il passo indietro è rappresentato dal fatto che di queste 130 unità complessive, in organico permanente, ne posso tenere solo trenta. Gli altri cento vengono assunti in posizioni di distacco di comando. E così accade che nel momento in cui vengono attrezzati professionalmente, poi cessa il periodo di distacco e vanno via. Questo turn over non porta a nulla di stabile. L’ideale sarebbe stato avere 130 unità fisse. Il personale, inoltre, non ha nessun incentivo dal punto di vista economico e carrieristico. Significa che chi viene da me non ha né incentivi economici né di carriera”.

In merito a queste criticità interne, lei nei mesi scorsi ha avanzato la proposta di trasformare l’agenzia in un ente pubblico economico, quali sarebbero i vantaggi?
“Il problema che si pone oggi non è chi gestisce, bensì di potenziare l’ente gestore in modo da consentirgli di realizzare concretamente gli obiettivi previsti in via astratta dal legislatore. Ho chiesto di adottare la stessa normativa concessa all’Agenzia del Demanio, diventata un soggetto pubblico”.

La questione delle ipoteche è certamente la criticità più spinosa e frequente?
“Nel 50 per cento dei casi il bene confiscato è quasi sempre ipotecato. La procedura per liberare il bene da questo peso infatti allunga notevolmente la tempistica di assegnazione dello stesso causando quindi deterioramento, perdite di valore, nonché ritardi. L’Agenzia, tramite le prefetture e i nuclei di supporto, deve verificare l’effettiva opponibilità del credito ipotecario all’erario. Qualora poi venisse accertata in giudizio la malafede del creditore, il bene può concludere il suo iter di assegnazione ed essere restituito alla comunità”.

Si è parlato tanto dell’ipotesi di vendere i beni ai privati, attualmente qual è lo stato dell’arte?
“Attualmente non si può. Nel senso che, se va deserta l’offerta che io faccio agli enti territoriali, io teoricamente posso rivolgermi a una platea particolare di acquirenti e cioè alle fondazioni bancarie, le associazioni di categorie ed enti pubblici con finalità economiche. Io ho chiesto non di vendere indiscriminatamente ai privati, ma in via residuale di vendere anche ai privati qualora gli enti territoriali non siano interessati all’acquisto”.

Continuando a parlare dello stato dell’arte. Attualmente ogni sforzo investigativo e civile rischia di essere vanificato dalle lunghe procedure e dagli interminabili tempi di destinazione. Prima di restituire un bene alla collettività passano tantissimi anni. Secondo Lei questa lentezza è da imputare anche a quella della giustizia?
“In questo senso il primo problema è rappresentato dal lasso di tempo che intercorre tra il provvedimento di sequestro e la confisca definitiva. In questa fase, infatti si individuano tre interventi essenziali e strettamente correlati: sequestro, confisca e confisca definitiva. Dopo la confisca definitiva il bene è devoluto allo Stato, quindi si apre la fase del procedimento amministrativo”.

Per concludere, secondo il suo parere la restituzione di un ben sottratto alla criminalità alla collettività che tipo di messaggio lancia alla società civile?
“Innanzitutto un messaggio simbolico importantissimo, ma anche una forma di risarcimento al territorio violentato. il boss della zona che viene spogliato dei suoi averi perde di autorevolezza . Dove prima c’era casa del boss adesso sorgono associazioni, fondazioni, centri sociali e aziende cooperative. Il messaggio è chiaro qui dove c’era la mafia ora c’è lo stato”.

Ci sono diversi esempi in Sicilia. L’ultimo ieri con l’assegnazione di un terreno a Brancaccio dove sorgerà una chiesa in onore di Padre Pino Puglisi…
“Se lei sapesse la fatica… quando si tratta di beni aziendali le difficoltà aumentano. Il bene confiscato alla società del costruttore Giovanni Ienna (ritenuto vicino ai boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano) è stato destinato dall’Agenzia al Comune di Palermo dove edificherà una chiesa. Il bene in questione era gravato da un’ipoteca a suo tempo contratta in buonafede. E’ stato un tutto un tira e molla con la banca per far scendere la somma dell’ipoteca. Per ottenere la somma per la costruzione della chiesa il cardinale Romeo avrebbe dovuto dimostrare di essere il proprietario del terreno, peccato che però l’agenzia può venderlo soltanto agli enti territoriali. Un vero e proprio paradosso che si è risolto assegnando il bene al Comune di Palermo che si è impegnato a cederlo alla chiesa per novantanove anni”.

 


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