Concorso esterno, per D'Alì |chiesti 7 anni e 4 mesi - Live Sicilia

Concorso esterno, per D’Alì |chiesti 7 anni e 4 mesi

Il senatore del Pdl Antonio D'Alì

A Palermo il processo col rito abbreviato a carico del politico. Sentenza a luglio.

Il processo
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4 min di lettura

TRAPANI – Chiesti 7 anni e 4 mesi per Tonino D’Alì. Si è conclusa poco fa la requisitoria dei pm Paolo Guido e Andrea Tarondo nel processo che si sta svolgendo a Palermo con il rito abbreviato dinanzi al giudice Giovanni Francolini. La pena base è stata indicata in 11 anni, ridotta di un terzo per il rito abbreviato chiesto dall’imputato: la richiesta a carico di D’Alì, accusato di concorso esterno, è dunque di 7 anni e 4 mesi.

Le accuse
Un processo nel quale all’ex sottosegretario all’Interno, oggi senatore del Pdl, sono stati contestati contatti – ritenuti ancora attuali dall’accusa – con la famiglia del capomafia castelvetranese Matteo Messina Denaro, che con il defunto padre, don Ciccio Messina Denaro, risulta essere stato campiere nei terreni belicini della famiglia D’Alì. Rapporti che via via secondo la ricostruzione dei pm si sono fatti sempre più stretti, a cominciare da un presunto episodio di riciclaggio di denaro per 300 milioni di vecchie lire, che il numero di “S” in edicola documenta con la pubblicazione degli assegni, sino a giungere alla pianificazione di strategie per l’assegnazione pilotata di appalti.
Una vera e propria “corte” quella descritta dai pm che si sarebbe mossa per anni attorno al politico. Tra i fatti pure contestati il trasferimento da Trapani nel 2003 del prefetto dell’epoca Fulvio Sodano che da intercettazioni risultava parecchio inviso ai mafiosi per l’opera condotta nella sottrazione dei beni confiscati che molti mafiosi condannati continuavano a detenere. Tra i fatti emersi quello di un telegramma che il senatore D’Alì avrebbe ricevuto dal carcere da uno dei figli del capomafia Vincenzo Virga. A raccontare questo episodio nella fase istruttoria è stata la signora Antonietta Picci Aula, ex moglie del senatore: ”Voglio precisare che io non ricordo bene i particolari di tale vicenda. Ricordo solo che il fatto avvenne nel dicembre del 1998 mentre ci preparavamo a partire per una vacanza a capodanno sul mar Rosso, pochi mesi prima del giorno in cui ci lasciammo con il D’Alì, il 4 aprile 1999. In quella occasione ricordo di avere visto questo telegramma aperto sul cassettone dell’antibagno di casa nostra e di avere notato che conteneva un augurio strano del quale però non ricordo i dettagli. Ricordo solo che proveniva da un soggetto che si firmava con il cognome Virga, ma di cui non ricordo il nome. Avendo visto quel telegramma mi allarmai perché quel cognome mi ricordava tanti tipi di persone, sia piccoli imprenditori che avevano effettuato lavori relativi all’acciottolato di Erice, sia alcuni soggetti pericolosi. Ricordo che dissi a mio marito: ‘Ma chi è questo? Che vuole?’. Lui mi rispose: ‘Non lo so, questo è un pazzo’ o ‘è un cretino’. Poi siamo partiti per l’Egitto e non ho più saputo nulla di quel telegramma”. Tra gli ultimi collaboratori di giustizia poi c’è stato chi ha riferito di un incontro nelle campagne di Castelvetrano, in un baglio di proprietà della famiglia D’Alì, tra lo stesso politico e il già latitante Matteo Messina Denaro. Nel processo sono diverse le parti civili costituite tra questa l’associazione Libera. Il processo proseguirà il 21 giugno con l’intervento di altre parti civili e le difese. La sentenza è attesa dopo il 5 luglio.

La replica degli avvocati
La difesa di D’Alì affida la replica a una nota: “Per le stesse conclusioni del pm – scrivono Gino Bosco e Stefano Pellegrino – circa il riconoscimento da parte della Dda – Procura di Palermo che ‘nessuna condotta concreta, effettiva e fattuale agevolatrice dell’associazione mafiosa’ è stata accertata a carico del Sen. Antonio D’Alì, e considerata la documentazione da noi prodotta rispetto alle generiche contestazioni mosse, oggi ci saremmo attesi una coerente richiesta di assoluzione, tenuto anche conto degli indirizzi certi della giurisprudenza consolidata negli anni sul tipo di reato ipotizzato”.
Per la difesa, in particolare, “fino ad oggi per ogni addebito ascritto al nostro assistito, abbiamo prodotto documentazione di fatti concreti e riscontri positivi (vedi ad esempio: Caserma San Vito Lo Capo, Calcestruzzi Ericina, Sodano, America’s Cup, Zangara… ect) che escludono qualsivoglia addebito di reato del Senatore D’Alì; per questo abbiamo chiesto e torneremo a chiedere al Giudice la piena assoluzione del Senatore. Ci attendevamo che a queste coerenti conclusioni fossero pervenuti gli stessi pm che, lo ricordiamo, in precedenza e per i medesimi fatti, avevano chiesto per ben due volte l’archiviazione del procedimento. ‘Assoluzione perchè il fatto non sussiste’: questa è la naturale e inevitabile richiesta assolutoria che avanzeranno i difensori del Sen. D’Alì a dispetto della richiesta di condanna, oggi formulata dal Pubblico Ministero”. Quindi, per avvocati Pellegrino e Bosco, “il senatore D’Alì non si è limitato fin’oggi a semplicemente respingere l’accusa di essere un concorrente esterno di Cosa nostra, ma ha processualmente e positivamente provato la totale estraneità ai fatti contestatigli”.

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