Nicchi e gli affari a Milano |I boss sotto la Madonnina - Live Sicilia

Nicchi e gli affari a Milano |I boss sotto la Madonnina

Porto, arrestato oggi con la figlia di Vittorio Mangano, è considerato da sempre un punto di riferimento dei clan in Lombardia. Qui, in un complesso in via Lopez de Vega (nella foto), avrebbe ospitato il "picciutteddu". Ecco cosa dicono i pentiti di lui e della figlia dello stalliere di Arcore. L'operazione che ha portato all'arresto tra gli altri di Pino Porto.

PALERMO – I mafiosi a Milano sono sempre stati di casa. Hanno inseguito il fascino delle vetrine scintillanti e fiutato le opportunità economiche che la città meneghina offre. L’operazione di oggi lo conferma. Milano è la città dove Vittorio Mangano, morto in carcere, si trasferì a lavorare come stalliere nella villa di Arcore. Per gli investigatori, la verità è un’altra: tramite Marcello Dell’Utri era stato incaricato di proteggere l’allora imprenditore Silvio Berlusconi e la sua famiglia. Erano gli anni Settanta. Si inaugurava quell’asse Milano-Palermo che, alla luce degli arresti di oggi, è ancora solido. Un asse fatto di affari e protezione. La stessa protezione di cui ha goduto Gianni Nicchi. L’astro nascente di Cosa nostra a Milano ha trascorso parte della sua latitanza. Dove? A casa di Pino Porto. Non è un caso che proprio a Milano, secondo i pentiti Nino Nuccio, Franco Franzese e Andrea Bonaccorso, si era spostata la caccia dei Lo Piccolo che volevano ammazzare il figlioccio di Nino Rotolo, boss dell’Uditore.
Pino Porto, soprannominato Pino il cinese, per tutti è sempre stato un riferimento a Milano. A lui si sono sempre rivolti i familiari di Nicchi quando si sono spostati in trasferta per i colloqui con il parente detenuto nel carcere di Opera. Il cinese non solo ne ha curato gli spostamenti, ma passava anche uno stipendio mensile a Lucia Martinelli e Francesca Nicchi, madre e sorella di Gianni. Porto sarebbe in affari con Cinzia Mangano, figlia di Vittorio, il reggente del mandamento mafioso di Porta Nuova che divenne stalliere. La Mangano è amministratrice unica della Cgs New Group Scarl e consigliere della Csi Milano Società Cooperativa, entrambe con sede a Milano. Nel 2008 hanno incassato 3 milioni con appalti di ortofrutta, pulizia e trasporto merci. Gli uffici sono disegnati da un architetto alla moda. La donna è sposata con Enrico Di Grusa, considerato legato al clan di Porta Nuova di cui sarebbe stato la testa di ponte milanese per il traffico di droga. Proprio Di Grusa, con Cinzia Mangano e Pino Porto, sono fra gli arrestati di oggi: gli altri sono Orlando Basile, Alberto Chillà, Antonio Fabiano, Walter Pola e Vincenzo Tumminello.
Porto è uno che faceva la bella vita. Nel porticciolo dell’Acquasanta a Palermo, dove tornava sempre per le vacanze estive, ha ormeggiato uno yacht. Non solo vacanze, perché, secondo gli investigatori, in Sicilia ha coltivato i rapporti con le famiglie mafiose di Ballarò e Resuttana. A Milano Porto è stato in contatto con altri due amici storici di Nicchi: Franco Scaglione e Michele Stagno, entrambi coinvolti nel colpo da sedici milioni di euro ai danni della gioielleria Casa Damiani di corso Magenta. Il nome di Porto, nascosto dietro lo pseudonimo di “P.Milano”, figurava pure in uno dei pizzini scritti da Nicchi durante la latitanza.
E così i carabinieri non si sono sorpresi quando nella memoria del computer della compagna di Nicchi trovarono 54 fotografie che ritraevano scene di vita quotidiana a Milano durante le feste di Natale 2007. Tra le foto ce n’è una che ritrae un parco innevato. Quella foto è stata scattata dal balcone dell’abitazione di Pino Porto in via Lopez de Vega a Milano. In un altro scatto in cui viene ritratta la compagna di Nicchi sullo sfondo i carabinieri individuano le targhe di due macchine. I proprietari abitano in viale Famagosta, a due passi dalla casa di Porto. Il cerchio si chiude il 2 aprile 2008 quando a casa Addotto, in via dei Nebrodi a Palermo, arrivano il cinese e Luigi Giardina. “Una volta ci siamo visti a Milano”, dice la Addotto. “Abbiamo fatto quindici giorni assieme a Milano”, conferma Porto.
A Milano i mafiosi sono sempre stati di casa. Gli ultimi a trasferirvi la propria base operativa sono stati Angelo Chianello e Fabio Manno. Entrambi hanno scelto di diventare dei collaboratori di giustizia. Soprannominato sette di denari, Manno, arrestato nel blitz Perseo del 2008, era il capo della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio. Era quasi naturale che nel 2006 iniziasse le sue scorribande milanesi. A Milano, infatti, nei lontani anni Sessanta, aveva vissuto lo zio, Gerlando Alberti, detto ‘u Paccarè, oggi deceduto, in un bell’appartamento in viale Monza. Erano del grande business del contrabbando di sigarette. Di soldi ne giravano parecchio e ‘u Paccarè fa il salto di qualità iniziando a gestire il contrabbando di sigarette. Sotto la Madonnina, ‘u Paccarè, il boss venuto da Palermo a cui piaceva portare il Rolex sopra il polsino della camicia, cambia vita. A Milano Manno incontra Gianni Nicchi, Enrico Di Grusa, genero di Mangano per averne sposato la figlia Loredana, ma anche i rampolli della famiglia Fidanzati, il cui capostipite Gaetano sarebbe stato arrestato alcuni anni dopo. Dove? A Milano, naturalmente, mentre passeggiava in via Marghera.

Chianello, invece, a Milano era arrivato due anni prima di Manno, nel 2004. e da subito iniziò a trafficare droga assieme al palermitano Luigi Bonanno, referente dei Lo Piccolo per il nord Italia. La loro base era una tabaccheria di Cesano Boscone, hinterland a sud della città. Ecco cosa ha raccontato di Pino Porto: “Quando sono arrivato a Milano, Pino Porto mi ha dato una mano. Il Porto mi veniva a prendere, là al Residence Ripamonti, mi portava con lui a girare per non farmi stare da solo. Un giorno mi portò in un ufficio di viale Ortles, dove lui è anche socio con le figlie di Vittorio Mangano”.

Ovvero Loredana e Cinzia Mangano, entrambe titolari della Cgs, una cooperativa di facchinaggio. Ma c’è di più. “Pino Porto una volta mi portò in un ufficio, vicino a viale Ortles, dove era tutto a nero. Qui giravano tutte le fatture false”. Si capisce che l’ufficio per “fare il nero” viene usato da Pino Porto come una sorta di banca personale. “Un giorno mi disse ‘Vai dalle signorinette (impiegate, ndr) e fatti dare 20 mila euro’”. Gli investigatori, partendo dai verbali di Chianello, si erano fatti un’idea: le sorelle Mangano e Pino Porto, secondo il collaboratore di giustizia, erano “una cosa sola”. A Palermo come a Milano. Perché nel capoluogo lombardo i mafiosi sono sempre stati di casa.


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